Archive for agosto 2008

Obama Mia!

29 agosto 2008

Comincia nel day after dell’investitura a Denver la nuova rubrica (chiamiamola così) Obama Mia!, che continuerà fino alle prossime presidenziali d’America. Ho iniziato il mio aggiornamento a stelle e strisce quotidiano (ancora scarso, causa impegni cinematografici: leggo ora al volo del vice “in rosa” di McCain) dal pezzo di Zucconi su Repubblica (non esiste purtroppo versione on line), che al solito si legge come fosse un racconto. Bella l’idea che si possa solo ripartire, in quest’America che – comunque vada – non può più tornare indietro. L’Obamiade continua, ora mi tocca Charlize Theron.

La verità vi prego sulla guerra

29 agosto 2008

A Venezia si continua con la politica. E col documentario, l’unico genere che forse può salvare il cinema. Oggi è passato Z32 dell’israeliano Avi Mograbi. Un’intervista a un giovane soldato israeliano che cerca di superare lo choc rimasto dopo un’azione di rappresaglia in cui ha ucciso un palestinese innocente. Ma c’è anche lo choc della fidanzata del ragazzo, che non capisce il perché di quell’azione. E quello del regista stesso, che si interroga su dove sta la verità, dove la colpa, dove l’errore fatale dell’intera storia politica mediorientale, non solo recente; con l’aiuto di qualche sorprendente momento musicale, attraverso canzoni in cui si domanda se basterà un film, o addirittura se un film è la cosa giusta di fronte alla guerra e al dolore. Senza buonismi, ma con il coraggio del punto di vista: la guerra che prima rende ebbri (i giovani soldati che si “caricano” prima dell’azione), ma poi lascia uno strazio senza via d’uscita; l’autore che perdona il suo giovane connazionale per quel terribile omicidio ma che al tempo stesso gode del suo tormento. Un film difficile, coraggiosissimo, che probabilmente nessuno vedrà mai. Cercherò di recuperarlo, è una promessa.

PS: Politico anche l’altro documentario del giorno, Venezia ’68, tacciato con molta esagerazione di revisionismo. Qualche omissione c’è, ma questa cronaca di una vicenda molto per addetti ai lavori (la sospensione della Mostra del ’68 da parte di autori contestatari capitanati da Pasolini e Gregoretti) dà il segno di una certa sinistra italiana. Rivoluzionari di lusso che se la prendevano con un festival che vedeva in concorso lo stesso Pasolini, per dire. Mentre a Parigi una rivoluzione culturale si tentava davvero, e già si sentiva soffiare il vento di Praga. A proposito della nostra rabbia piccola piccola (vedi post precedente)…

Altrimenti (non) ci arrabbiamo

28 agosto 2008

Si sta facendo più politica alla Mostra del Cinema che negli ultimi mesi di cronache italiche (della serie: succede solo da McDonald’s). Dopo gli american idiots dei Coen (vedi post precedente), oggi è il giorno del Pasolini ritrovato. Ovvero La rabbia, grande docufilm del ’63 all’epoca rimaneggiato dai produttori e oggi rimontato da Giuseppe Bertolucci come sarebbe piaciuto (o almeno si presume) all’autore. Il “nuovo” prologo – su testi originali di Pasolini – comincia coi funerali di De Gasperi del ’54 e finisce nei primi anni Sessanta con la tv che (profeticamente) comincia a costruire “il mondo del futuro“. Tra Cuba libera, bombe atomiche e lo struggente fantasma di Marilyn, scatta la title-question: perché gli italiani, ieri come oggi, non si arrabbiano? Perché sono un popolo di piccolo borghesi, risponde Pasolini, e dunque anche la rabbia è piccola piccola. E perché – continua – l’unica rabbia conosciuta qui da noi è quella “organizzata” della Resistenza, tanto necessaria allora quanto oggi d’impaccio al sorgere di moti di ribellione spontanea; col risultato che a tentare una finta rivoluzione (contro il consumismo, per dirne una) sono stati solo grigi e moralisti comunisti in doppiopetto. Da brividi. Correte a (ri)vederlo, la versione “corretta” sarà in sala il 5 settembre.

PS: Il giorno del massimo impegno pasoliniano è anche quello della massima frivolezza. Ovvero di Valentino, celebrato in un docu di splendori modaioli molto modestamente intitolato L’ultimo imperatore. Si scopre un personaggio incredibile, capace di uccidere per un volant fuori posto ma non privo di una svolazzante autoironia. Superfluo e (a suo modo) divertente. Anche questo è il made in Italy.

È un paese per idioti

27 agosto 2008

L’America. Ma anche il mondo tutto. Lo dicono i Coen in Burn After Reading, atteso al Lido come un piccolo divertimento dei due fratelli e in realtà film cupo, straziante, di profondissima amarezza. Inizia con la Terra inquadrata dall’alto come fosse un’asettica mappa di Google Earth (this is genius), e procede sventrando piano piano la pancia dell’America di oggi, non la molle provincia ma quella delle città open minded della East Coast, quella che governa, che “fa” opinione pubblica, e dunque in teoria colta, avveduta, sensibile. E invece nel film il divo liberal George Clooney (bravissimo) si fa guidare solo dalla paura: di invecchiare, di restare solo, ma anche del Terrore, di un presunto Grande Fratello che lo tormenta, come va di moda oggi; e il divo umanitario Brad Pitt (eccezionale) è un buontempone col mito del fitness e dell’iPod, ma che crede di contare molto nella scacchiera dei destini internazionali. C’è molto altro in Burn After Reading. Soprattutto, un’immagine di mondo post-Guerra Fredda non più diviso tra amici e nemici, buoni e cattivi (a seconda dei punti di vista, s’intende), ma solo popolato da un’umanità omologata e inconsapevole del posto che occupa, e dunque sopraffatta dalla sua stessa stupidità. Se sullo schermo trionfa il pessimismo, in conferenza stampa George e Brad si dicono ottimisti su quel che sta succedendo a Denver. Per dirla alla Coen, speriamo che Obama non diventi – come chi l’ha preceduto nella corsa democratica alla Casa Bianca – l’uomo che non c’era.

In Mostra

26 agosto 2008

Lascio Milano (che finalmente dà i primi segni di ripresa: ma la recessione dov’è?), destinazione Venezia. Anche se quest’anno il riflusso sembra colpire pure la Mostra del Cinema, considerato il programma decisamente low profile. C’è da sperare in qualche capolavoro terzomondista, di quelli cari al direttore Marco Müller. O nel nuovo Ozpetek, per la prima volta alle prese con un soggetto non suo (ma di Melania Mazzucco, che gli ha prestato per il cinema il suo romanzo Un giorno perfetto); o negli scontri tra indios e fazendeiros in Birdwatchers di Marco Bechis (quello di Garage Olimpo). Si comincia domani coi Coen Bros., che ritornano alle atmosfere di Fargo e affini, ma è difficile pensare a un altro capolavoro dopo Non è un paese per vecchi. Intanto, la colonna sonora della partenza è la canzone del loro trailer. Ci si connette dal Lido.

Alla ricerca delle occasioni perdute

25 agosto 2008

Con Pippo (in collegamento telefonico da Trieste) abbiamo convenuto che il pezzo di Sofri su Repubblica di oggi è perfetto. (Così perfetto da non essere nemmeno linkato sul giornale on line, ma questa è un’altra storia). Basta il titolo: Le occasioni perdute della buona politica. E l’attacco: «Non è detto che un grosso partito senza maggioranza non possa occuparsi che di opposizione o dialogo o alleanze. Può andare per strada, battere i marciapiedi. Non bisogna più aspettarsi da un partito che anticipi e guidi un buon cambiamento di vita delle persone. Ma che lo riconosca e lo assecondi, o lo promuova, sì». Segue una lucidissima collezione di temi su cui il Partito (non serve dire quale) avrebbe potuto o potrebbe costruire un pezzo della propria identità. La questione della monnezza a Napoli, ad esempio, lasciata invece in esclusiva al Caimano (che ha rubato al centrosinistra anche l’appello al mondo del volontariato). O le politiche ambientali (anche su scala amministrativa), a cominciare dall'(ab)uso dell’automobile, disciplina in cui noi italiani siamo oro olimpico. O, a chiudere, la nuova povertà e la nuova immigrazione. Senza dimenticare di dire che la politica deve servire (anche) a offrire quella famigerata “visione”, e un po’ di bellezza. Leggetelo. E speriamo che le occasioni perdute siano presto ritrovate.

Sottocoperta

24 agosto 2008

Per fortuna la domenica c’è Scalfari. Che ritorna sul degrado della nostra opinione pubblica e fa un grande pezzo, più che sul federalismo, sul tempo. Quello che l’Italia sta perdendo. O quello che sta guadagnando per diventare «manto che tosto raccorce» (alla Dante, nientemeno). Una coperta sempre più corta. Ma che freddo fa.

PS: Ma la proposta della Gelmini dei corsi intensivi per gli insegnanti del Sud fa parte del disegno federalista? Che vergogna.

Fuga per la vittoria (e altre visioni)

22 agosto 2008

Nella Milano svuotata e chiusissima d’agosto (e poi dice di essere una città europea…), c’è posto giusto per qualche film della prossima stagione. Dal nuovo Ben Stiller (Tropic Thunder, parodia dei war movies alla Platoon con momenti esilaranti – i finti trailer a inizio film – che però fa rimpiangere Zoolander) al musical dell’autunno (Mamma Mia!, divertente, ma alla fine si riduce a un Abba-karaoke). Il più interessante sulla carta è il piccolo Machan, che verrà presentato a Venezia settimana prossima (e uscirà in sala a metà settembre). Lo dirige (maluccio) Uberto Pasolini, che non è parente di Pier Paolo ma di Visconti, e che di mestiere finora ha fatto il produttore (di Full Monty, tipo). Racconta la storia (vera) di un gruppo di amici singalesi che per ottenere il visto per la Germania decidono di partecipare a un torneo di pallamano, spacciandosi per la Nazionale dello Sri Lanka. Perderanno tutte le partite, e finiranno col fare i clandestini in Europa. Il film è la classica occasione mancata, troppo didascalico e troppo buonista. Ma la storia è mitica. Il caso-limite (e tragicomico) di tutte quelle storie che dovremmo conoscere di più.

È più difficile per un cammello…

22 agosto 2008

Anche la pubblicità è termometro del costume nazionale. Nel solito Marocco, gli spot indirizzati alle casalinghe mostravano donne in abiti orgogliosamente tradizionali ma col capo scoperto. Noi, per tutta risposta, facciamo capolavori. Vedi la nuova campagna abbonamenti di Panorama. Dove c’è un simil-beduino che recita: «68% di sconto? Prima vedere cammello». E nella pagina successiva il cammello arriva, reggendo in bocca una copia del giornale. Siamo tornati ai tempi di «bon bon badrone, non mi meddere in bendola». E ci candidiamo ad essere il Paese della (dis)integrazione, ogni giorno di più.

Pd the Kid

21 agosto 2008

D’accordo con Pippo. Di tanto in tanto, anche nel nostro caro Pd riecheggia una profetica battuta di Pat Garrett e Billy the Kid: «Questo Paese sta invecchiando, ed io voglio invecchiare con lui».


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