Le conseguenze del potere

«A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina» (Giulio Andreotti)

Indovinare, dunque. Suggerire, rappresentare – nel senso etimologico del termine: rendere presenti cose passate. Il Divo di Paolo Sorrentino non è la biografia umana e politica di Giulio Andreotti. È una radiologia (molto personale e molto visionaria) del potere. E di ciò che ha significato avere ed esercitare il potere in Italia al tempo della Prima Repubblica. Andreotti come una metonimia, una parte per tutto quello che è successo: da Mino Pecorelli a Calvi, da Sindona a Falcone. Se le sentenze dei processi non possono essere rivedute e corrette, è però (cinematograficamente) lecito “pensare male”. E usare il Divo (o il Gobbo, il Papa Nero, l’Inossidabile, l’Eternità) per fare il punto sulla nostra Storia segreta, cercando di dare una risposta – per quanto solo artistica e intellettuale – all’impossibilità di trovare colpevoli che da decenni allunga la sua ombra sul Belpaese. Come in Gomorra, film opposto e gemello (e non solo per la condivisione del Premio della Giuria a Cannes), la colpa è del sistema: perché, anche quando si fanno nomi e cognomi (e Sorrentino, come Saviano, li fa tutti), si avverte il peso di un disegno superiore metafisico e inafferrabile che regola la nostra Storia. E non è la «volontà divina» cara ad Andreotti.

Il film comincia come un fumetto pulp (e su fischiettii alla Sergio Leone) e poi si trasforma in un gangster movie (Andreotti in riunione coi suoi mentre si fa radere in stile Padrino), una farsa (Andreotti superstizioso e Cirino Pomicino che fa le sgommate in Parlamento), un horror di fantasmi e vampiri (Andreotti che si aggira di notte per i corridoi di casa). Dopo un esordio folgorante (L’uomo in più), un film-consacrazione molto sopravvalutato (Le conseguenze dell’amore) e un incredibile seppur elegante passo falso (L’amico di famiglia), Sorrentino ha finalmente molto da dire (anche troppo). E sa come dirlo, in un trionfo di grottesco che riporta a stagioni di cinema italiano dimenticate.

Un’amica mi ha suggerito una domanda che potrebbe essere anche la chiave di lettura del film: «Andreotti è stato il politico più noto, discusso, indagato della Storia d’Italia: ma per cosa verrà davvero ricordato?». Certo è che quello di Sorrentino (e Servillo, in un’interpretazione finalmente non di maniera) non si dimentica facilmente.

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6 Risposte to “Le conseguenze del potere”

  1. danilo Says:

    E se non ci fosse alcun disegno metafico e men che meno inafferrabile. Se fosse solo una mera questione di gestione del potere, qualunque compromesso e mezzo comporti, come dici tu .. cosa ha significato avere ed esercitare il potere in Italia … Ha significato essere stati conniventi con mafia e camorra per assicurarsi voti e risorse economiche necessarie a sostenere una corrente politica e con quella il potere. Tutto abbastanza semplice e acclarato, sentenze incluse, e non certo esclusiva della Prima Repubblica.

    Danilo

  2. mattiacarzaniga Says:

    Quello che (stavolta) mi piace di Sorrentino è la sua capacità di mescolare simboli e documentata precisione storica.
    Ho già rivisto il film in sala, il ritratto della “brutta corrente” DC vicina ad Andreotti è di una puntualità impressionante, così come il rapporto con Moro, le collusioni con Cosa Nostra, la mancata elezione a Presidente della Repubblica, gli interrogatori dei pentiti nella fase pre-processuale.
    Ma la forza simbolica del “lato oscuro” andreottiano (amplificata dal trucco sovraccarico, dalle derive quasi horror) conduce il film verso territori prima forse mai visitati dal cinema politico italiano, non era successo né con Petri né con Rosi, di cui pure sono ricalcate le orme.
    E’ da qui che passa – con forza puramente “cinematografica” – un messaggio più universale rispetto alla mera cronaca dell’Italia al tempo della Prima Repubblica, una (rap)presentazione del potere come mezzo per l’autoconservazione, come “personaggio” a sé che regola la Storia.
    Continua…
    (Intanto, mi fa molto piacere sentirti di nuovo)
    Mattia

  3. laima Says:

    hei mattia…grazie sempre di cuore per le tue coinvolgenti opinioni…mi aiutano a non allontanarmi troppo dal nostro “sistema”…e chissà a non dimenticarlo!! Però devo sottolineare che non sono in accordo con te sul giudizio dato al film “Le conseguenze dell’amore” che io invece ho trovato assolutamente geniale, una storia apparentemente scialba e poco eccitante che però non ti lascia il tempo di annoiarti…una vita come tante altre ma che vista dal giusto punto di vista, che non è altro che un altro punto di vista, si mostra incomprensibile e stupefacente!!
    Aspetto di vedere il Divo e spero mi stupisca con la stessa normalità….

  4. Diario brianzolo « only connect Says:

    […] connect il blog di mattia carzaniga « Le conseguenze del potere Un topo ci salverà […]

  5. Cotone Says:

    Un attore di teatro che interpreta di maniera: vexata quaestio, troppo facile.
    Qualche Altro più autorevole di me ha scritto una volta che Servillo è l’unico “teatrante” che non recita sul grande schermo come se pensasse a ogni battuta: “Mio Dio, non sono abbastanza bravo! Non sono abbastanza bravo”.

  6. mattiacarzaniga Says:

    Caro (o care) Cotone, piacere di fare la vostra virtuale conoscenza.
    In realtà la maniera era riferita al Servillo attore di cinema, e non di teatro.
    E’ stato grandissimo ne L’uomo in più, primo film di Sorrentino, bravo ne Le conseguenze dell’amore, poi si è fatto un po’ prendere da quella sua flemma, da quella certa indolenza, ha capito che era quello che piaceva al pubblico e ai critici e si è (consapevolmente) adeguato. Fino a La ragazza del lago, sopravvalutatissimo film in cui dà una prova altrettanto sopravvalutata. E un po’ manierata (cinematograficamente parlando).
    Nel Divo invece, dove è chiamato a dare una prova sovraccarica e insieme incredibilmente sottotono, è grandioso. Andreottiano per come riesce a sfuggire ad ogni classificazione, anche interpretativa.

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