Archive for maggio 2008

Le conseguenze del potere

31 maggio 2008

«A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina» (Giulio Andreotti)

Indovinare, dunque. Suggerire, rappresentare – nel senso etimologico del termine: rendere presenti cose passate. Il Divo di Paolo Sorrentino non è la biografia umana e politica di Giulio Andreotti. È una radiologia (molto personale e molto visionaria) del potere. E di ciò che ha significato avere ed esercitare il potere in Italia al tempo della Prima Repubblica. Andreotti come una metonimia, una parte per tutto quello che è successo: da Mino Pecorelli a Calvi, da Sindona a Falcone. Se le sentenze dei processi non possono essere rivedute e corrette, è però (cinematograficamente) lecito “pensare male”. E usare il Divo (o il Gobbo, il Papa Nero, l’Inossidabile, l’Eternità) per fare il punto sulla nostra Storia segreta, cercando di dare una risposta – per quanto solo artistica e intellettuale – all’impossibilità di trovare colpevoli che da decenni allunga la sua ombra sul Belpaese. Come in Gomorra, film opposto e gemello (e non solo per la condivisione del Premio della Giuria a Cannes), la colpa è del sistema: perché, anche quando si fanno nomi e cognomi (e Sorrentino, come Saviano, li fa tutti), si avverte il peso di un disegno superiore metafisico e inafferrabile che regola la nostra Storia. E non è la «volontà divina» cara ad Andreotti.

Il film comincia come un fumetto pulp (e su fischiettii alla Sergio Leone) e poi si trasforma in un gangster movie (Andreotti in riunione coi suoi mentre si fa radere in stile Padrino), una farsa (Andreotti superstizioso e Cirino Pomicino che fa le sgommate in Parlamento), un horror di fantasmi e vampiri (Andreotti che si aggira di notte per i corridoi di casa). Dopo un esordio folgorante (L’uomo in più), un film-consacrazione molto sopravvalutato (Le conseguenze dell’amore) e un incredibile seppur elegante passo falso (L’amico di famiglia), Sorrentino ha finalmente molto da dire (anche troppo). E sa come dirlo, in un trionfo di grottesco che riporta a stagioni di cinema italiano dimenticate.

Un’amica mi ha suggerito una domanda che potrebbe essere anche la chiave di lettura del film: «Andreotti è stato il politico più noto, discusso, indagato della Storia d’Italia: ma per cosa verrà davvero ricordato?». Certo è che quello di Sorrentino (e Servillo, in un’interpretazione finalmente non di maniera) non si dimentica facilmente.

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In nome del popolo malato

29 maggio 2008

Non avevo mai avuto il piacere di conoscere il buon Luciano Bresciani, Assessore lumbàrd alla Sanità nonché il leggendario cardiochirurgo che resuscitò Umberto Bossi nella lontana primavera del 2004. È successo ieri, quando è venuto a Vimercate a dirci la sua sul nuovo ospedale.

Personaggio bizzarro, il Bresciani. Il suo motto è «Non siamo noi a decidere, lo fa il popolo che ci ha votato», ma poi ha un modo tutto suo di leggere la volontà popolare. E di ascoltare le amministrazioni locali, che – a voler prendere il motto alla lettera – dovrebbero rappresentare non meno di lui quel popolo a cui è tanto affezionato.

Il problema non riguarda tanto il tema del nuovo ospedale iper-tecologico che sta mettendo radici sul suolo vimercatese (a dirla tutta, non mi risulta che sia stato il popolo a manifestare il bisogno di un nuovo ospedale, ma tant’è), quanto un metodo di prassi (e comunicazione) politica molto diffuso in certi ambienti: l’arte dell’evasività e del palleggio. A proposito delle questioni a cui – a detta del Direttore Sanitario locale in una precedente commissione – l’Assessore avrebbe dovuto darci risposta ieri sera, il Bresciani ha nicchiato, o ha rilanciato la palla allo stesso Direttore Sanitario. Sia riguardo alla richiesta (“popolare”) di maggiori posti di riabilitazione nel Vimercatese, sia a proposito della domanda su quali nuovi reparti e servizi caratterizzeranno l’ospedale futuro (la neurochirurgia? il “trauma center”?).

E ha infilato due colpi da mestro. Sul fatto che l’Azienda Ospedaliera di Vimercate sia diventata “di Desio e Vimercate” a causa delle paturnie campanilistiche dell’Assessore regionale (alla Protezione Civile!) Massimo Ponzoni ha commentato: «È il cittadino che ha voluto legare anche Desio in un più ampio sistema sanitario territoriale» (?!?). Quanto alla nascita del nuovo polo ospedaliero, ci ha assicurato che veicolerà una serie di investimenti importanti per far fronte all’avanzata di «pellegrini» (sic) che arriveranno anche in Brianza per l’Expo 2015. Avanti, popolo…

Sotto le fronde del baniano

28 maggio 2008

Su Facebook si fanno strani incontri. Ad esempio quello con Il baniano, associazione giovane (in tutti i sensi) che organizza incontri su temi di varia natura (e cultura). Non conosco nessuno di loro, ma il loro approccio mi piace. E mi sta simpatico questo albero dallo strano nome di cui ignoravo l’esistenza. In India sotto le sue fronde si crea uno spazio di incontro e discussione. Noi accontentiamoci del web.

Life Is Now

27 maggio 2008

Alla fine – per ragioni, diciamo così, “di lavoro” – ho visto pure io Scusa ma ti chiamo amore, diretto da Federico Moccia a partire da un suo romanzo (quando si dice “uomo dal multiforme ingegno”…). Al di là dei meriti prettamente cinematografici (pressoché nulli), torna il tema del modello culturale (non solo) giovanile che sta passando di questi tempi. Il messaggio? Non esiste nessuna autorità, nella vita bisogna essere furbi e un po’ stronzi, fare le scarpe a chi ti sta vicino. Soprattutto consumare tutto, possibilmente in fretta, sentimenti, amicizia, scuola, lavoro, e poi soldi, un mucchio di soldi. “Life Is Now”, come da telefonino-pensiero, e anche per la vita ci vogliono continue “ricariche”.

Fa abbastanza spavento. E fa ancora più paura pensare che questi (non solo) giovani noi li sottovalutiamo, sottovalutiamo il “mondo Moccia” (un immaginario molto più ampio di qualche libro e qualche film) col nostro solito birignao snob. Scusa ma ti chiamo amore è un film da vedere anche solo per capire un po’ più da vicino che il mondo là fuori (o il mondo che tanti sognano, che è ancora peggio) è più simile a quella roba lì che ai modelli che abbiamo in mente noi.

Ne tengano anche conto i giovani che fanno politica (a cominciare dai nostri Giovani Democratici di Monza e Brianza), e che ai giovani devono rivolgersi. Bisogna partire (anche) dai modelli culturali. E tentare di cambiarli.

Piccolo scherno

27 maggio 2008

Sì, Rete4 doveva finire sul satellite. E ci voleva una riduzione delle reti Rai: una di taglio più generalista, con meno Cucuzza e qualche film in più (appello alla Lipu: dov’è finito il gabbiano fatto di pellicola del leggendario LunedìFilm?); un’altra (per comodità la chiameremo RaiTre) più divulgativo-culturale e senza pubblicità (do you know BBC?). Dovevamo pensarci noi. Dovevamo pensarci prima. Perché va bene l’ostruzionismo, ma delle battaglie sugli emendamenti non interessa francamente a nessuno.

Sydney Pollack, o la forza delle idee

27 maggio 2008

Diceva: «Quando fai un film, fai soprattutto un film su un’idea».

Le sue idee sono state la scelta della Natura – tra pionerismo ambientalista e fughe “into the wild” – come stile di vita (Corvo rosso non avrai il mio scalpo), l’epopea della contestazione liberal negli Usa degli anni ’60 (Come eravamo), la voglia di democrazia contro la politica delle lobby e dei segreti di stato (I tre giorni del Condor e, con qualche approssimazione in più, The Interpreter), la profetizzazione di un mondo simpaticamente transgender (Tootsie), l’amore come orizzonte anche geografico (La mia Africa).

La sua “idea” a cui sono sono più affezionato si chiama Non si uccidono così anche i cavalli?, tra i più alti risultati della new Hollywood anni ’60, anticipatore (cinematografico) di tutti i Grandi Fratelli, di tutti i Truman Show, di quella voglia di “mediaticizzare” qualunque cosa che viviamo tragicamente di questi tempi.
Addio Sydney Pollack, regista democratico.

Bokononisti di tutto il web…

26 maggio 2008

… uniamoci! Da cinque minuti mi sono definitivamente convertito al bokononismo. Se anche a voi è successo, in qualche momento della vostra vita, fatevi avanti; e inauguriamo a partire da qui un nuovo spazio (pardon, “karass”) spiritual-letterario. Se invece avete bisogno di qualche dritta per la vostra conversione, chiedetemi come. Stiamo collegati (ai piedi)…

 

Indiana Jones IV (mandato)

25 maggio 2008

«Crepa, compagno!». Non è l’esito del rinnovato dialogo tra Partito Democratico e Sinistra. È l’entrata in scena di Indiana Jones, arrivato – con frusta e cappello d’ordinanza – al quarto mandato. Vedere la sua faccia stropicciata che dice «Russi!» fa saltare tutte le categorie cinefilo-politiche.

Chi l’avrebbe detto. Indy, archeologo-avventuriero anni ’30, al tempo della guerra fredda. Come Berlusconi (anche lui al quarto mandato), tycoon anni ’80, ancora al governo nel duemila.

Incipit folgorante (non come quello del quarto esecutivo del Caimano). Spielberg (insieme a Lucas) conosce bene gli anni ’50, quel clima nostalgico-pop alla American Graffiti. E riempie la prima mezz’ora di luci caramellose, brillantina, macchinoni e motociclette stile Il selvaggio. Poi qualcosa si perde, gli epigoni della saga del professor Jones sono stati tanti negli ultimi vent’anni, e tante cose le abbiamo già viste. Dalle Città dell’Oro perdute agli incontri ravvicinati con gli alieni.

Però ci si diverte. Un po’ perché è davvero come il Berlusconi IV. Anche lì, come nel film, ci sono formiche giganti (Brunetta, che se non stai attento lo schiacci), donne in pantaloni con caschetto nero e molta sete di conoscenza (Carfagna, che però ci tiene a precisare appena può di non essere comunista, a differenza della virago Cate Blanchett nel film) e teschi di cristallo (Bondi, con quel cranio oblungo e frangibilissimo).

Il problema (per l’Italia) è che nell’ultima scena (del film) c’è l’aggancio al sequel…

Buongiorno, notte

23 maggio 2008

A proposito di immigrazione, integrazione, clandestinità = reato, e tutto quello che passa sulla cronaca recente.

Francesco Munzi è un giovane regista che padroneggia questi temi con notevole sicurezza. Lo ha fatto quattro anni fa nel suo (bellissimo) esordio, Saimir, storia – da (ri)vedere, oggi più che mai – di un giovane albanese che cerca in tutti i modi di “diventare” italiano. Lo rifà ne Il resto della notte, passato a Cannes due giorni fa e nelle sale tra un mese. L’opera seconda, si sa, è sempre più difficile della prima. Vale anche per questo film, importante ma quasi diviso in due.

Munzi continua a raccontare con sensibile puntualità il mondo degli immigrati (o migranti che dir si voglia): in questo caso, due fratelli rumeni alle prese con gli sfruttamenti quotidiani del lavoro nero e la fidanzata di uno di questi, colf in una famiglia della borghesia torinese che la mette alla porta accusandola di furto. Ed è proprio il ritratto della famiglia borghese (l’altra metà del film, legata alla prima dal personaggio-ponte del giovane padre senza soldi in tasca e con tanta cocaina in corpo) a suonare un po’ già visto, con marito e moglie spaventati e stanchi del loro stesso benessere, alla ricerca di risposte (lui nella giovane amante di turno, lei nella fede) che ovviamente non riescono a trovare.

Resta comunque un film importante, “sul pezzo”. Ci dice quanto poco conosciamo gli stranieri che vivono in Italia. Ci porta nelle case dove vivono, nei luoghi dove lavorano, nei crimini che a volte diventano la loro unica drammatica via di fuga, nella loro speranza di integrazione continuamente frustrata.
Ci dice quanto il non conoscerli sia dannoso e faccia male (anche letteralmente) a noi per primi. Che continueremo ad avere paura di questa notte (sociale, culturale, politica) che sembra avvolgerci ogni giorno di più.

Idraulica Cinese

21 maggio 2008

 

«Quando sento il presidente della mia Regione sostenere che senza alleanze perderemmo cento Comuni, vedo prendere corpo una pericolosa idea di conservazione. Arroccandoci, però, rischiamo di giocarci anche gli avamposti. Così si indebolisce non solo la linea del PD, ma anche la sua credibilità».

«Esercitare la vocazione maggioritaria non è arroganza, né un tentativo di isolarsi. È più pericoloso pensare che non vinceremo mai, quella è vocazione minoritaria. Perché dare per scontato che non possiamo ottenere più consensi di oggi? O che nei Comuni piccoli e medi non abbia efficacia il voto utile? O che in quelli medio-grandi non si possa vincere al secondo turno? […] Non dico che non si possano trovare accordi (con la Sinistra, ndr), parlo di strategia. Partire dalle alleanze è pura conservazione. L’elettorato moderato che domani potrebbe votarci non lo farà se saremo alleati con quelle forze».

Scampoli di un’intervista di Sergio Cofferati su Repubblica di oggi a proposito della riapertura del dialogo tra PD e Sinistra. Copio e incollo, perché non c’è nulla su cui non sia d’accordo. E perché il Cinese si senta un po’ meno solo di quanto pensi. E scommetto che la geniale metafora idraulica ne convincerà altri:

«Mio nonno contadino costruiva canali, ma sapeva che per avere un raccolto rigoglioso più delle canalette conta la qualità dell’acqua».


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