Da un amico in vacanza alle Eolie mi è arrivato questo messaggio: «C’è qui Lidia Ravera che blatera su artisti e dischi di vinile. E anche “assessori alla cultura”». E ho pensato che sta tutto lì, nei cicli che eternamente ritornano, nei congressi che «mi si nota di più se lo faccio o se non lo faccio?», nei pur comprensibili dalemismi per cui «si vota solo quando lo decido io», nei rigurgiti di femminismo che diventano Se non ora quando per il tempo di una collezione Birkenstock primavera/estate, nei transfughi da un Rutelli all’altro che si fanno intervistare come le starlette sui rotocalchi, nei «massì, lasciamo fare ai tecnici finché ci sono, ché a Capalbio è già cominciata la stagione», perché tanto è estate, la gente è stufa, non si accorge di niente, non c’ha né voglia né tempo, neanche per l’antipolitica.
È un mio pallino, lo so, ma lo ripeto: con questa gente uscita da Ferie d’agosto non vinceremo mai.
Archivio per la categoria ‘Più status che symbol’
Stupenda, chi è: Fossati?
6 giugno 2012«Caterina va in città» dovevano girarlo a Milano
5 aprile 2012Penserete che la domanda con cui un milanese classifica definitivamente chi ha di fronte sia la seconda che fa: «Che cosa fai?». Laddove ci si aspetta una risposta che va dall’interior designer al CEO di Macintosh.
(La prima è, banalmente, «Come ti chiami?», ma non fa testo, anche se ovviamente Federico è meglio di Carmelo, per dire.)
Penserete che la domanda con cui un milanese eccetera eccetera sia la terza: «Ma sei di Milano?» (con inevitabile appendice: «Milano Milano?»). Laddove rispondere cose come «Sì, son di Precotto» significa, agli occhi del milanese, Non Essere Di Milano.
No. La domanda con cui un milanese eccetera eccetera è la quarta: «Che liceo hai fatto?». Laddove non conta solo il fatto che ancora vinca sempre «classico» su «scientifico», conta proprio il liceo specifico: rispondere Tito Livio vuol dire una cosa, e Parini un’altra, e Berchet un’altra ancora.
(Ieri mi hanno ricordato che ho fatto lo stesso liceo di Bettino Craxi, con cui già condivido il giorno di nascita. Mi sono preso paura.)
Là dove c’era l’erba ora c’è un burger bar
26 marzo 2012Prima è arrivato il sushi, e i milanesi che ancora dicono al resto del mondo che l’hanno inventato loro. Poi i brunch, e i milanesi che già si sono stufati, il rito domenicale l’hanno lasciato agli immigrati teróni che ancora ci cascano. Poi le bakery, ovvero panetterie travestite da Papeete di Milano Marittima, per prezzi e frequentazioni, e i milanesi che si sono dati alla nostalgia per le michette di una volta. Ora in città si veste burger, è tutto un burger bar, è tutta una serata burger. C’è (non farò nomi) il fast food in centro, ma non da poveri, «lì un cheeseburger costa più di dieci euri»; c’è quello dei giovani cuochi che se la tirano molto, che sono molto fighi, che ti infilano l’avocado anche nelle patatine che sono bruciate, ma cosa vuoi, se la tirano molto, loro, sono molto fighi, loro; c’è il posto sui Navigli col pavimento a scacchi, la birra d’acero o quel che è, e altre cose di cui l’Italia aveva un grande bisogno, ti parlano in inglese perché sai, Milano è vicina all’Europa, ma che dico: a Tribeca; c’è il burger migliore della città che è così à la page da essere ovviamente kosher, ovviamente ultraortodosso, te lo ricordano ad ogni parola, ad ogni ordinazione, ad ogni kippah.
Ieri sera in una trattoria di Brescia ho mangiato manzo all’olio, e coppa, e spinaci bolliti, e bevuto sassella, e speso venticinque euri.
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22 dicembre 2011(Tweet sparsi cominciati qui.)
GiornalistaAuanagana
@VateDelDuemila Massì, continuiamo così, facciamoci del male, mettiamo l’apostrofo tra “qual” e “è”.
VateDelDuemila
@GiornalistaAuanagana che problema chai? rosichi perchè non vendi i miei milioni di copie? perchè ora a new york invitano a me?
GiornalistaAuanagana
@VateDelDuemila «chai», «perchè», «a me»… No, non voglio levarti il potere di quello che scrivi. Ma ti prego, la grammatica.
luigipirandello
@VateDelDuemila dice che anch’io scrivo “qual’è”: volevo solo dire che la colpa è di Svevo.
VateDelDuemila
@luigipirandello @coscienzadizeno e tutti quelli come noi che formano le generazioni, mica stanno qua a dire quanto sono bravi in italiano (e in inglese).
GiornalistaAuanagana
@VateDelDuemila La volta che ti vedrò pubblicato sul FT ti twitterò, promesso.
coscienzadizeno
@luigipirandello Ho smesso di fumare due giorni fa, sono molto nervoso, per favore evita di taggarmi. Grazie.
VateDelDuemila
@coscienzadizeno la sigaretta è un’altro simbolo delle infiltrazioni camorristiche nell’immaginario.
GiornalistaAuanagana
Va bene, ci rinuncio.
Io invece la spesa la faccio all’Esselunga – ma si sa che con l’età si diventa tutti un po’ di destra
12 dicembre 2011Non tanto l’essere sopraffatte dall’emotività (non ho ancora parlato del ministro Fornero, ma ancora se ne parla, durante le prime cene di Natale, dunque: a me ricorda quelle preparatissime studentesse universitarie che crollavano all’esame di critica della letteratura e non strappavano il voto alto sperato, ma sono sempre in netta minoranza. Chiusa parentesi); dicevo, se non soltanto per gestione poco oculata delle risorse emotive, di questi tempi le donne in politica scatenano gli – inserire parola dell’anno; va bene, ve la dico io: indignati. Lo pensavo leggendo lo sfogone di Marina Sereni, vicepresidente piddina, aria contrita alla Se non ora quando ma risposte degne di una Canalis qualsiasi. Più che la frase che ha fatto alzare i soliti indici («Io non mi vergogno, sa? Io non penso di rubare il mio stipendio»), è un altro il passaggio cruciale, compreso di product placement: «Io faccio una vita normale, faccio la spesa alla Coop, quelli che mi conoscono lo possono testimoniare». Non è questione di Casta. È solo una ragazza di sinistra, costretta da anni di sezione a non farsi neanche due colpi di sole per essere presa sul serio, che finalmente si prende la sua rivincita. Dire: «Io sono rimasta quella di sempre: ho lo stesso gruppo di amici, vado ancora al supermercato in jeans e maglietta». Che poi una ragazza di sinistra per definizione non sia lì di fronte a voi a chiedervi di amarla, questo è un altro discorso.
Fit-in di protesta
21 ottobre 2011Non pretendo una via di mezzo tra un black bloc deficiente che vede “il Sistema” in una vetrina di Calzedonia e un quarantaduenne deficiente che manifesta per il precariato del suo ombelico. Non credo esista una variante non deficiente per nessuno dei due soggetti. Solo ieri sera, mentre tornando a casa in bicicletta passavo per piazza Duomo, e da una parte c’era una folla assiepata fuori dalla Rinascente sperando di entrare a sailcazzo che happening di sailcazzo che lancio di sailcazzo che odetualètt di sailcazzo che dolceggabbàna, e dall’altra c’erano sette (li ho contati) indignati che col megafono chiedevano che qualcuno ridesse loro il futuro, non avendo neanche un passato se non un 23 in filosofia teoretica, insomma proprio lì, in quel preciso momento, una via di mezzo che non fosse un gruppo di turisti crucchi di ritorno da Burger King, ecco, forse non mi sarebbe dispiaciuta.
Pensavo fosse un problema di Giulia
13 ottobre 2011La cosa più bella di questa tre giorni di black(berry)out non è stata la battuta sugli scherzetti di Steve Jobs a cadavere (suo) ancora caldo. Né la stoica capacità di reazione di noi del team fruttodibosco whatever (copyright suo) di fronte a quelli del team mela, che quasi non ci credevano di avere un’altra occasione per riconfermare (soprattutto a se stessi) la loro superiorità in fatto di quanto-siamo-i-più-fighi. Né le affermazioni ombelicali di settore del tipo: «Pensa se fosse successo a Venezia.» Né quelle romantiche del tipo: «Che bello essere sconnessi e disconnessi, che bello tornare a casa la sera e leggere la posta come si faceva una volta.» No. La cosa più bella è stata il commento del mio amico stamattina a colazione, lui che da aifonizzato qual è manco sapeva dello sputtanamento dei server di noialtri, lui che l’altra sera aveva litigato con la tipa blecberrizzata perché non rispondeva alle mail, lui che «ah, pensavo fosse un problema di Giulia.»
È una catena ormai
23 giugno 2011Uno degli sport preferiti dei milanesi è la rapidissima incentivazione alla creazione di brand e l’altrettanto rapidissimo rifiuto degli stessi brand appena creati. È quella cosa per cui, data una pizzeria che per non fare nomi chiameremo Rossopomodoro, si assisterà in breve tempo ad una rossopomodorizzazione delle pizzerie cittadine: che vuol dire più pizzerie Rossopomodoro, ovviamente, ma anche pizzerie che Rossopomodoro non sono e che però si mettono a scimmiottare il marchio di successo, sperando, un giorno non troppo lontano, di moltiplicarsi a loro volta. Ci pensavo ieri mangiando un gelato da Grom, che ormai vanta in città più punti vendita di Intimissimi. Il gelato era decisamente peggiore di quello che mangiai molti anni fa nell’unico negozio Grom allora esistente, in una defilatissima piazzetta torinese. Il rifiuto sta nel tempo di un’epifania. Il milanese decide di boicottare quello che fino a cinque minuti prima era l’oggetto del suo desiderio (ma che dico: della sua idolatria) al pari di un bambino che vede il giocattolo che credeva solo suo comprato da altri genitori e messo nelle mani di altri bambini: finirà col dire che è brutto, che non lo vuole più, lo relegherà inesorabilmente in cantina insieme agli altri giocattoli vecchi. È per questo che glorie locali iniziano ad avvertire il peso dell’età e del franchise («I panini del Panino Giusto son sempre più piccoli, e il prosciutto crudo non è più buono come una volta»); luoghi deputati al radical-chicchismo di nicchia ormai massificati perdono la loro funzione di riconoscimento sociale («L’Arci Bellezza? Il triplo dei posti sedere, col risultato che abbiamo passato una serata di merda»); blasoni cittadini diventano, mon dieu, veicoli per un’omologazione oltreconfine più grave dell’escherichia coli («Sai, una mia amica che vive a Bari ora vuole solo ballerine Porselli»). È quella sindrome che qualche tempo fa spinse un amico, oggi politicamente molto in vista in città, a scrivere sul social network questo status: «Su Facebook si stava meglio quando eravamo in pochi». E forse è anche per questo se, in questi giorni in cui l’assai zoppicante Berlusconi si dà con serenità ad affermazioni del tipo «Ma tanto un’opposizione pronta a governare questo paese non c’è», nessuno alza la mano per dire: «Ma guardate Milano… anche lì in fondo si pensava che… e invece…». È che se l’Effetto Pisapia, l’ultimo dei brand che si portano in città, venisse di colpo rossopomodorizzato su scala nazionale, il milanese, sotto sotto, non ne sarebbe mica così contento.
La dolce Catherine e l’ingannevole Nicole, o: come (non) cambia l’educazione sentimentale delle ragazze di provincia – e pure il concetto di «harem»
5 giugno 2011Capita, nello stesso giorno, di rivedere quella meraviglia che s’intitola Dolci inganni e di leggere l’intervista a Minetti Nicole su GQ del corrente mese. Due educazioni sentimentali, una fittizia e una vera; probabilmente tutt’e due fittizie. Il film di Lattuada finisce con Catherine Spaak quindicenne che – fatto l’amore per la prima volta con un uomo di vent’anni più vecchio – guarda dritto in macchina: ha perso l’innocenza, o forse no; l’intervista inizia con Minetti ventiseienne che guarda dritto dalla cover: ha perso l’innocenza, o forse non l’ha mai avuta. «In Italia se non arrivi vergine al matrimonio chi ti si piglia?», dice più o meno – con vari aggiramenti di censura – una compagna di scuola alla Spaak; «La vita si evolve: quello che c’è stato (o non c’è stato) è quello che doveva accadere (o non accadere) in quel momento», dice Nicole della relazione con un tal signore di cinquant’anni più vecchio. Dolci inganni uscì nel ’60 tondo, sfiga ha voluto che un altro e più memorabile film con «dolce» nel titolo vedesse la luce lo stesso anno. Dallo sguardo di Spaak a quello di Minetti, cinquant’anni d’Italia prude, moralista, attratta da ninfettismi coatti e humberthumbertismi assai paraculi, virtù svendute al chiacchiericcio collettivo e bigotto. Spaak aveva la tigna di scoprire, capire, diventare grande, e anche una sommessa vergogna: tiene gli occhi bassi per dei secondi che sembrano lunghissimi, prima di alzarli alla macchina da presa; Minetti ha la tigna di chi vuole arrivare in alto, e quello sguardo lì resta, non si abbassa, e lei non si abbassa, non crolla: gli occhi puntano dritti l’obiettivo, sfidano vittoriosi «il mix di cattiveria e invidia che c’è in giro». Dolci inganni è un capolavoro sottovalutato, una ricognizione e uno sfottò di un’Italietta gretta, provinciale, pelosa, in fondo un po’ ciellina; l’intervista a Minetti il ritratto di un’Italietta che si sopravvaluta e resta invece gretta, provinciale, eccetera: sognava le stanze del potere e si ritrova fotografata con addosso delle camicette Guess.
«Il piccolo principe» è una cagata pazzesca
6 maggio 2011Ieri, alla fine, la mail mi è arrivata: «Ma anche tu, come tutti i morettiani, stai cercando di risolvere il quiz dei 40 film?». No, non sto cercando di risolverlo. No, non so qual è il film numero 18, e manco lo voglio sapere. No, non ho tempo per risolvere il quiz di Nanni, né per gareggiare sul social network a proposito dei 100 migliori libri secondo la BBC con gente che cita a memoria Il piccolo principe e non ha mai letto Gogol’, né per fare lo stesso coi film di Empire ed essere costretto a litigare con persone che hanno visto dodici volte Amélie ma non hanno mai sentito nominare Preminger o LaCava, né di prendere il primo libro che trovo, e andare a pagina sailcavolo, e copiare la sailcavolo di frase perché è la sailcavolo di «settimana del libro» (sic). Ho già letto, ho già visto, ma soprattutto odio i quiz. Quel poco di vita che (non) ho lasciatemelo impiegare nel laicaggio di pagine cretine, se mai. Grazie.

