Archivio per la categoria ‘Comparative advertising’

Il Paese Reality (il cinema delle Comencini un po’ meno)

2 ottobre 2012

Reality di Matteo Garrone è un film sul bisogno di fama e i suoi derivati.
Un giorno speciale di Francesca Comencini è un film sul bisogno di fama e i suoi derivati.

Garrone è il cinema di costume, ovvero la giusta astrazione del – sintetizzando – Grande Fratello.
Comencini è il cinema di costume, ovvero la sbagliata didascalia di «wannabe olgettina con la french e mamma connivente che la mette tra le gambe di un onorevole leghista maroniano, ma poi l’olgettina si ravvede perché siamo donne, oltre le gambe c’è di più: c’è Se non ora quando».

Garrone co-sceneggia con gli unici due-tre capaci di scrivere oggi in questo paese.
Comencini co-sceneggia con la nipote.

Il protagonista di Garrone è un napoletano il cui modello di recitazione fortunatamente non è Totò.
Il protagonista di Comencini è un romano il cui modello di recitazione sfortunatamente è Riccardo Rossi.

Garrone è Fellini. Perché è moltotroppo Sceicco bianco, han detto i detrattori che han visto due film nella vita. No: perché, rispetto alla media italiana corrente, gioca nel campionato in cui giocavamo decenni fa.
Comencini vorrebbe essere la commedia romantica on the road. E non è né Frank Capra né Stanley Donen, per dire.

Garrone andava girato dieci (facciamo cinque) anni fa. O forse no.
Comencini è stato girato vent’anni fa. È una puntata di Chiara e gli altri. O forse no. Purtroppo.

Garrone andava chiuso un quarto d’ora prima.
Comencini l’ho chiuso un quarto d’ora prima. Nel senso che sono uscito un quarto d’ora prima.

Garrone ci ripensi il giorno dopo e diventa bellissimo.
Comencini… Comencini… Ecco, facciamo finta che Lo scopone scientifico non l’abbia mai girato un tizio con lo stesso cognome.

Come se al bar non sapessero tutti che Luca è ancora gay

3 luglio 2012

Chissà perché i coming out del vicino son sempre più verdi – si prenda ad esempio il postatissimo (ieri) «I love, and I am loved» di Anderson Cooper. Cioè, io lo so perché, tutti sappiamo perché. Perché di qua sarà sempre una chiacchiera da bar, di là un tweet di Ellen Degeneres, ché nei loro bar di provincia non si chiacchiera, non si legge niente, forse il glamour cosiddetto dipende anche da questo: di qua tutti ct, figuriamoci se non anche sociologi, di là l’autoreferenzialità delle conventicole newyorkesi.
Ma comunque. Il punto di partenza, quando si parla di diritti e leggi relative, anche in questo paese, sì, pensa un po’, altro che Vaticano; dicevo, il punto di partenza è sempre il fatto che nella realtà le cose vanno un po’ più veloci di quanto farebbe comodo a un Fioroni qualsiasi. Per dire: si contino i casi di figli ripudiati oggigiorno dai genitori perché conviventi e non sposati con il partner. Per dire: si contino i casi di figlie ripudiate oggigiorno dalle madri dopo aver abortito (i medici ciellini che invece non sono stati ripudiati mai, vabbè, quella è un’altra storia). Per dire: ai concerti di Tiziano Ferro ci sono ancora più etero che gay, non sarà il primo Cecchi Paone a sfollare i parterre.
Per dire: l’altro giorno, sul pullman che mi portava in campagna, due sciure che tornavano al paese parlavano di tutto ciò che era accaduto in settimana; l’Italia negra e fiera di Balotelli, certo, ma anche la copertina di «Oggi», settimanale Rcs per famiglie, con la figlia di Chiamami Ancora Veltroni (pardon: Vecchioni) e la sua fidanzata e le loro gemelline neonate. Ed era un endorsement vero e spontaneo, dalla Val Tidone, un «Come sono belle, com’è contento il nonno», pareva parlassero della vicina in cortile. Si chiudeva con un «Ormai capita di tutto, chissà che cosa vedremo in futuro»: ma una chiacchiera da bar, in fondo, bisognerà pur concederla ancora, a questo paese.

«Meglio frocio che fascista» è un’invenzione della sinistra, del resto

13 giugno 2012

Posto che un calciatore, in campo, può dare del frocio a chi crede; o anche del negro, dello zingaro, del bastardo, dell’obeso, al massimo si prenderà una testata e pace. Posto che chiunque può insultare chiunque come vuole. Posto che prendere sul serio un’uscita di Cassano è come credere che Antonella Elia sia un fine economista (no, ho sbagliato esempio: io credo che Antonella Elia sia un fine economista). Posto che è sicuramente molto più infido e dannoso il cecchipaonismo del “chi si è fatto chi” da spogliatoio. Posto tutto ciò, è vero che dalle altre parti ci saranno i teocon, i picchiatori neonazi, tutto quello che volete, ma è altrettanto vero che, le cronache correnti alla mano, l’immagine dell’Italia esportata dalla Nazionale è quella di un paese dall’omofobia neanche troppo strisciante, dove – penso a interviste recenti a [chi le ha lette lo sa] – è ancora tutto un «perché dovrei fare coming out quando poi mi danno del frocio senza che io abbia fatto fallo a nessuno?». (Posto anche che di là l’endorsement pur elettorale ai matrimoni omosessuali, di qua i Fioroni che si candidano alle primarie del principale partito di centrosinistra. Ma questa è un’altra, ehm, insomma, storia.)

Amare non è un privilegio (o anche cose più pubblicitarie e meno sentimentali)

10 maggio 2012

Si può tranquillamente affermare che l’endorsement definitivo di Obama ai matrimoni gay sia da mettere alla voce campagna elettorale, o pierraggio, o lobbismo. Il presidente sa che oggi conta di più un tweet di Lady Gaga, ma anche solo di un attore minorenne di Glee, che sedici ore di comizi nella Carolina del Sud. E però mi è piaciuto il uozzàpp di un amico, ieri sera, sugli americani nella Milano downtown che gridavano «Gay marriage!». Lo facevano nel paese dei Giovanardi, dei boy-scout che hanno paura del babàu arcobaleno, degli eterni Pacs promessi da gente che all’estero sarebbe progressista quanto un amish, del vanno bene sono i cristianomalgioglismi televisivi, mai il corso quotidiano delle cose. E loro non lo sapevano, ripetevano il mantra come un claim della Pepsi. E però, come sempre, avevano ragione.

Che, se Gad Lerner rifacesse quella trasmissione oggi, forse la intitolerebbe «Milano, Svezia» (ma forse no)

12 gennaio 2012

Vivo a Milano, nella cerchia dei bastioni. Uso la bicicletta anche d’inverno, anche se fa un freddo porco e non c’ho i guanti, anche se le poche piste ciclabili che esistono sono molte volte occupate dai furgoni dei corrieri, molte altre dalle auto e dalle moto dei vigili urbani che chiacchierano come in CHiPs. Cammino molto, perché Milano è piccola, è il mantra che ci ripetiamo da una vita. Ho comprato una macchina a gpl, per sentirmi, proporzionalmente ai ritardi assortiti del nostro paese, un po’ DiCaprio. Fortunatamente ho la metro, come diciamo da queste parti, sotto casa: gli amici che abitano vicino a fermate del tram soppresse da tredici anni non si contano; ma se voglio uscire ad alcolizzarmi la sera, un qualsivoglia vagone che mi carichi per tornare a casa non lo trovo. Se chiamo un tassì arriva con otto euri così, cash, a mio carico, il che vuol dire che se va bene ne spendo il doppio per fare tre chilometri e mezzo.
Da lunedì Milano sarà sulla carta un posto civilizzato come Londra, o Berlino, o Stoccolma, o la cittadina lappone di Babbo Natale, con la differenza che in quei posti davvero civilizzati non c’è un isolato che non sia coperto da una stazione della metropolitana, del treno, delle slitte con le renne. Ai troppi passi avanti delle nostre pur illuminate amministrazioni arancioni corrisponderanno svariati passi indietro.
Io penso che sia tutto giusto. E che, in ogni caso, passerò quel che resta dell’inverno a farmi portare del sushi a domicilio – sperando che il mio giappo, come diciamo da queste parti, abbia un motorino quantomeno catalizzato.

Cosa voglio di più (vale anche come citazione)

17 ottobre 2011

Che poi l’ultimo Sorrentino non mi è neanche dispiaciuto. Certo, partivo con le peggiori intenzioni. Certo, ho passato due ore a pensare che Sean Penn recitava come Ruth Fisher di Six Feet Under, che io David Byrne lo cantavo a tre anni quindi c’è poco da fare i fighi, che ancora ‘sto Olocausto, che sì, vabbè, boh, la lobby ebraica deve aver preso casa anche al Vomero. Poi mi son messo a vedere l’intervista a «evidentemente un autore eccellente». E l’ho sentito dire: «Nel mio mondo ideale i film non dovrebbero più prevedere le trame, dovrebbero semplicemente raccontare a tutto tondo i personaggi. Tuttavia la trama nel film c’è, perché c’è ancora chi è appassionato di questa brutta cosa». E forse lo capisco, con gli sceneggiatori che c’abbiamo in questo paese, che gli chiedi di scrivere di un serial killer scappato dal manicomio e loro sicuro ti rifanno il solito famigerato film due-camere-e-cucina con la coppia di precari cinquantatreenni che litiga perché non riesce ad arrivare a fine mese e comprare le macine per colazione, be’, credo che scapperei anch’io da tutte le «trame» possibili. E forse è un problema mio, che son cresciuto con «brutte cose» come i copioni di I.A.L. Diamond e Age e Scarpelli – e ancora son qui convinto che C.C. Baxter o Gianni Perego non siano personaggi meno «a tutto tondo».

«Qui Radio Oslo», il format che non avremo mai

26 luglio 2011

Se stanotte, diciamo verso le tre, avete sentito qualcuno cacciare un urlo, ero io che aprivo Repubblica.it, leggevo l’assai sobrio titolo «L’ira della folla contro Breivik» e aprivo la galleria d’immagini correlata: una lunga cordata sì soberrima di giovani, vecchi, famiglie, rose strette nelle mani, bambini sulle spalle, non certo una gita a Gardaland ma neanche, a dispetto di quel che suggeriva il solito titolista in stage, un linciaggio di piazza contro il più mostro dei mostri, che tutta la nazione ha comunque riconosciuto come tale. E niente, poi si capisce perché di là c’è una composta democrazia, da noi l’amministrazione cafonal; di là un primo ministro che sembra dire «qui ci si rialza più tolleranti di prima o si muore», da noi le rubriche di Giuliano Ferrara dopo il tiggì; di là – nonostante il più mostro dei mostri, che tutta la nazione ha comunque riconosciuto come tale – la civiltà, da noi Borghezio.

La differenza tra giornali italiani e giornali stranieri sta tutta nella ricerca delle fonti, o anche: cavalcare il più peloso sensazionalismo e trovare solo un pizzaiolo che «ero al lavoro, probabilmente tra i vari lavori che… in cucina… insomma non ho sentito la bomba»

23 luglio 2011

(full coverage – sì, come no – qui.)

Mr. Smith non va a Montecitorio

26 aprile 2011

Frank Capra girò Lo stato dell’unione otto anni dopo Mr. Smith va a Washington, sette dopo Arriva John Doe, i due film senza i quali non sarebbero esistiti i Kennedy, e Clinton, e Obama, e pure Reagan, via. Lo stato dell’unione è la sua ultima occasione per parlare di robe di politica dal punto di vista di quella che oggi Repubblica.it chiama «la società civile». Prendi un imprenditore che decide di entrare in politica (un altro), mettilo davanti alla Casa Bianca, e in un film di Capra non ti dirà che vuole studiare una legge per piazzarsi lì ma: «La facciata dev’essere riverniciata». E il problema è proprio questo. Che, rivisto oggi (no: ieri), saltano agli occhi tutte le differenze. Prima fra tutte: un conto è se la società civile è composta da Spencer Tracy e Katharine Hepburn, un altro se ci vendono Pancho Pardi. E poi: va bene, è retorico, ma scritto da uno che aveva sceneggiato I gangster di Siodmak e Palcoscenico di LaCava, mica da Nichi Vendola. E poi ci si lamenta dello stato dell’Unione (un’altra): il problema è che a questo Paese mancano registi e sceneggiatori.

Il mulino che non c’è (non qui: qui tavolate di Ozpetek, fino a fare indigestione)

14 novembre 2010

Il titolo del post è dell’amica con cui ho visto il film. Che fa bene a dire: una cosa venuta dal futuro. Rewind. Parlo di The Kids Are All Right, che da noi uscirà – per una volta – come I ragazzi stanno bene. Il punto è: è un film da Family Day. Cioè, se fossi Giovanardi lo farei proiettare obbligatoriamente nelle scuole e nelle piazze – ma Giovanardi ha la faccia direttamente proporzionale alla scaltrezza, mica può cogliere certe sfumature. Il punto (l’altro) è: mentre noi siamo qui coi nostri vari surrogati (la famiglia è allargata, la famiglia sono gli amici, la famiglia è un appartamento a Ostiense), là che la coppia sia omo è assolutamente accessorio. Annette Bening e Julianne Moore sono due mamme punto. E il punto (l’ennesimo) è: può succedere di tutto ma siamo fatti per stare in tribù, chi è da solo (specie se maschio over-35) si perde, il clan va naturalmente protetto. Laggiù si fanno doppi e tripli giri e, anche se era partito come fricchettonismo indie 100% organic, alla fine è familismo spinto, ma contemporaneo, disincantato, meravigliosamente scritto e recitato; da noi riempirà qualche pagina di giornale in quanto film-sulle-coppie-di-fatto che in realtà non è. Di là si canta Joni Mitchell; da noi sarà Mina per sempre. O, al massimo, qualche remedios (niña pequeña, chiquita…).


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 471 follower

%d bloggers like this: