Ieri, giornata di globi d’oro andati in massima parte al film che meritava più di tutto e di tutti da molto tempo a questa parte, ho visto quella specie di Stanza del figlio starring Nicole Kidman. Il film – si chiama Rabbit Hole – che, si legge da un pezzo, l’ha fatta risorgere dalle ceneri e dalle plastiche, del regista del sottovalutatissimo Shortbus, dove lei è madre di figlio morto che non piagnucola, che si incazza con quelli che le dicono tuo figlio è diventato un angelo di dio, che insomma fa come Nanni Moretti. E ho pensato alla Kidman dei Da morire e dei Ritratti di signora. Quella che poteva fare tutto. Anche stonare la mia preferita di Joni Mitchell in un film orripilante. E niente, poi mi è venuto in mente che Annette Bening fa oggi la stessa cosa, e però il globo se lo porta a casa.
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And I would still be on my feet
17 gennaio 2011Natale in India non è un cinepanettone – Capitolo 4: Elefante y serpiente semejante
28 dicembre 2010The name on everybody’s lips—is gonna be
5 dicembre 2010Il punto è stato quando la ragazza Gaga si è messa al pianoforte per il solito momento intimista che ogni scaletta di concertone pop prevede più o meno a metà spettacolo. Ha attaccato con gli accordi della più struggente delle ballad (almeno delle sue), ha lasciato che il pubblico tirasse fuori i suoi bravi accendini (no, telefonini), e allora ha citato la persona che per lei rappresenta molto-no-dippiù, e che l’ha sostenuta in questi anni (no, mesi), e che la ispira più di tutti, e bla bla bla. E uno pensa: ah, ecco, è arrivato il momento-Mandela, ma no dai, lei è ragazza del suo tempo, l’avrà aggiornato a Aung San Suu Kyi, al massimo i bambini di Haiti. E invece, lacrime agli occhi mentre dice «he is here tonight», eccola scandire: Giorgio Armani. Chiamalo segno dei tempi. Vuoto pneumatico. Senso del marketing che al confronto Madonna è Joni Mitchell. E mentre vedevo la ragazza Gaga agitarsi davanti a me su un palco di angeli lacrimanti sangue, mostri impaillettati, esibizione di libido posticcia, pianoforti che prendono fuoco, tette che prendono fuoco, ero indeciso su chi avesse già scritto le parole giuste per lei. Se il genio Tim Rice di Evita, col suo «the greatest social climber since Cinderella», o il genio Fred Ebb di Chicago. E ho scelto il secondo. «I’m a star! And the audience loves me. And I love them. And they love me for lovin’ them, and I love them for lovin’ me. And we love each other. And that’s ’cause none of us got enough love in our childhoods». Mentre la ragazza Gaga prendeva una Barbie lanciata dal pubblico, e le staccava a morsi la testa.
Starei nascosto come molti dietro a un dito, a darla vinta ai venditori di dolore (o: questa cosa che con Lorenzo ascolti una volta e mandi subito a memoria)
2 dicembre 2010Poi riparlerò di questo ballerino-barra-sognatore-barra-clown-barra-candide in un mondo (nostro) post-apoqualcosa. Intanto, l’anteprima è su Facebook (altro segno di quella cosa che io chiamo esseresulpezzo).
Don’t you let your demons pull you down, ’cause you can have it all
24 novembre 2010La cosa più triste che mi sia capitata, da molto tempo a questa parte, è stata beccare in radio, la mattina neanche troppo tardi, una specie di reunion in diretta dei Take That in cui si cercava di mascherare il macroscopico «abbiamo solo urgente bisogno di soldi» dietro pseudo nuovi beat (in realtà lagne inascoltabili, e ridateci allora i plagi dei Beatles di Shine), e aneddotica sparsa su amicizie virili sparse (in realtà un «rimettiamoci a quel famigerato tavolino, anche se è la seconda volta, anche se abbiamo quasi quarant’anni»), e storie di concerti e registrazioni a distanza (in realtà un «azz, mica sono gli anni novanta, mica è così facile trovare un produttore che ti paghi una trasferta negli States»). E poi mi si è stretto il cuore. Quando, alla domanda «ma com’è che vi siete rimessi insieme, chi ha chiamato chi?», ho scollegato il cervello, e ho pensato a quello che doveva diventare il più grande cantante pop del mondo alzare la cornetta, credendo di essere stato davvero lui il cattivo. E che, dall’altra parte dell’oceano, ci fossero ancora quei suoi quattro amici – destinati a qualche cosa in più, di una donna e di un tour nei palazzetti dello sport.
Elenco dei politici italiani che perepè qua qua, qua qua perepè
16 novembre 2010Nelle ultime 24 ore.
Le dimissioni del Pd alla milanese, coi fegatini.
One day I’ll Fli away.
Bersani che fa quello che più gli riesce: leggere i proverbi.
Fini che fa quello che più gli riesce: partire coi militari in Afghanistan e farsi applaudire dalla sinistra.
Patti di ferro – pensi che la beva come chi, come chi vota Lega?
Gli immigrati scesi dalla gru. Si leggono solo commenti «della curia». Già.
Poi pa pa para para pa pa para.
Thanks for the cheer, I hope you didn’t mind my bending your ear (o: del brindare alla fine di brevi episodi)
3 novembre 2010And when I come back, I’m gonna come harder
27 ottobre 2010Tanto non cambia l’idea che ormai ho di te
22 ottobre 2010«Cioè, io non conosco manco una canzone. No, ma manco una.»
«A San Siro era imbarazzante. La gente cacciata dentro a forza.»
«Chiunque mi dice che lui è il più insopportabile di tutti.»
«‘Sta ultima cover di Vanity… molto calciatoristica… mah.»
«Be’, dai, quella del “verde coniglio” era molto figa.»
«Li abbiamo avvicinati nel backstage. Prima erano timidissimi, poi si sono subito allargati.»
«No, è che poi lui ha sbroccato.»
«È che in Italia proprio non esiste il concetto di rock band. Alla fine anche loro fanno le rime amore-fiore.»
Epperò, mica si può dire che sia brutta, ‘sta lagna.
Let me inside, no cause for alarm (o anche: riuscire ad arrivare in ritardo anche con le cose ormai mainstream; o anche: postare il video vecchio il giorno in cui esce quello nuovo)
6 ottobre 2010(Qui quello nuovo di cui sopra. Sopra nel titolo.)

