Archivio per la categoria ‘Ahi-tech’

Pensavo fosse un problema di Giulia

13 ottobre 2011

La cosa più bella di questa tre giorni di black(berry)out non è stata la battuta sugli scherzetti di Steve Jobs a cadavere (suo) ancora caldo. Né la stoica capacità di reazione di noi del team fruttodibosco whatever (copyright suo) di fronte a quelli del team mela, che quasi non ci credevano di avere un’altra occasione per riconfermare (soprattutto a se stessi) la loro superiorità in fatto di quanto-siamo-i-più-fighi. Né le affermazioni ombelicali di settore del tipo: «Pensa se fosse successo a Venezia.» Né quelle romantiche del tipo: «Che bello essere sconnessi e disconnessi, che bello tornare a casa la sera e leggere la posta come si faceva una volta.» No. La cosa più bella è stata il commento del mio amico stamattina a colazione, lui che da aifonizzato qual è manco sapeva dello sputtanamento dei server di noialtri, lui che l’altra sera aveva litigato con la tipa blecberrizzata perché non rispondeva alle mail, lui che «ah, pensavo fosse un problema di Giulia.»

E se non c’ero era solo perché non avevo ancora aperto il Mac

6 ottobre 2011

C’erano mail varie, chiamate senza risposta varie, uozzappamenti vari quando mi sono svegliato, cioè tardissimo, tutti già sapevano. Una mail era della mia Coscienza. Mi chiedeva se ero davvero convinto di poter mandare in stampa la cosuccia che ho scritto nelle ultime settimane con un capitolo dove Steve Jobs era citato nel titolo. L’aver citato solo lui, con nome e cognome, è segno che fortuna e tempismo non sono dalla mia, d’accordo; ma anche che Steve Jobs era qualcos’altro. Era il dio degli invasati di ogni tavoletta elettronica, lo spauracchio hi-tech per chiunque di noi non abbia mai saputo usare il computer se non come una macchina da scrivere (tipo me), il sinonimo troppo facile di contemporaneità, anche se era così vero, mica potevi sempre star a confutarli, quegli invasati lì. Non era neanche un mito strettamente generazionale, parlo della mia generazione quantomeno, che di miti passati a miglior vita ha avuto giusto Uan di Bim Bum Bam. Steve Jobs era Steve Jobs punto. Non ho l’iPhone, non ho l’iPad, non sono titolato a mettere il naso in nessun obituary, oggi. Non posterò discorsi di Stanford o mele listate a lutto. Aspetterò solo di dire ai nipotini: quella mattina dormivo, l’ho scoperto via mail. Quando ho aperto il MacBook.

Aspetto con ansia il giorno in cui daranno del vivisezionista a chi vuole chiudere Pet Society

5 ottobre 2011

Ditemi pure che anch’io, in fondo, sono connivente, ma che dico: sono contro la libertà d’espressione. Ditemi che è solo un primo, simbolico passo verso la persecuzione virtuale. Ditemi che da blogger (il giorno in cui mi definirò tale abbattetemi, ve lo chiedo per favore) dovrei essere invece assai attento a queste cose. Ditemi quello che volete. Risponderò sempre che, almeno per ora, non sento di dover rimpiangere pessime traduzioni di lemmi pessimamente scritti da un mullet sfigato che abita nel profondo Iowa. Vi ricordo che Wikipedia è pur sempre il posto in cui Ingmar Bergman veniva definito «regista mistico».

Il Papa twitta – e anch’io non mi sento molto bene

30 giugno 2011

Papa Ratzi fa come quella di Paparazzi. Justin Timberlake si cala un po’ troppo nel ruolo più figo dell’anno passato. E c’è ancora gente che «i social network son da sfigati – però fammi entrare un attimo dal tuo account, che devo vedere il profilo di quel tipo».

AppErò

1 aprile 2011

La quantità di commenti, mail, link su Facebook a proposito di Obama che ha un computer tutto suo e dunque è un uomo contemporaneissimo è possibile solo in un Paese in cui la gente parla di iPad 2 con la sicumera di un programmatore della Pixar e poi replica «No, fammi una telefonata» al tuo disperato «Ti mando una mail». Anche se ha cambiato compagnia telefonica per avere l’iPhone, che discorsi.

Stecchino is now

19 marzo 2011

La Vodafone station che fornisce metà del mio wireless quotidiano (l’altra, quella casalinga, è Fastweb, grazie a dio e soprattutto alla fibra ottica) va a ramengo. Con le peggiori intenzioni, chiamo il servizio clienti. Risponde Riccardo, che mi passa a Marta, che mi dirotta su Fabrizio. Mi si palleggiano in tre-quattro, senza mai annunciarmi e costringendomi dunque a ripetere la triste storia da ultimo brownie della mia rete sputtanata. Arrivo a Paola dell’Ufficio Tecnico, che pare la più sveglia (non ci vuole molto), dice che provvederà a mandare un tecnico alla Centrale, non capisco se fa sul serio o se si prende gioco della mia dabbenaggine. Però un modo per refreshare tutto forse c’è, anche senza tènnico. Paola mi invita, con tono solenne, ad infilare uno stuzzicadenti in un buchino del modem. Mi richiama dopo cinque minuti, «l’adsl ora è disponibile», e mette giù come fosse una qualsiasi Nicole Minetti col timore di essere intercettata. Ovviamente la linea non c’è, e dunque richiamo, e chiedo di Paola – sì, io penso seriamente di poter rintracciare proprio lei, in quel dedalo di call center – e invece mi ritrovo a litigare con Giovanni. Il quale, dopo una lunga procedura che solo lui capisce, e dopo avermi detto che sbaglio a usare Mozilla, e dopo aver piazzato la solita battuta «certo anche voi col Mac che pretese…», insomma con un rimbalzo pirotecnico dice che la colpa non è loro, ma del mio computer. E in quel momento volevo essere Rain Man, e contare tutti gli stecchini, e infilarli debitamente in un buchino. Non del modem, si capisce.

La rivoluzione? Purché sottotitolata

4 ottobre 2010

Mentre nel mondo si producono animati dibattiti su cose tipo «la rivoluzione si farà o non si farà sui social network?», vedi relativo pezzo al solito molto figo sul New Yorker, mi domando quando potremo vedere status che non siano «che palle il lunedì» in un paese in cui il massimo orizzonte telematico è la mail di Tulliani. Soprattutto, dove non si riesce a trovare manco un interprete decente nell’azienda audovisiva nazionale, insomma la Rai Tivvù. Ieri il solito tizio adenoideo che traduce gli ospiti di Fabio Fazio metteva in bocca a Tony Blair parole tipo: «Amo tantissimo ciò che faccio ora, ho la mia fondazione per portare le varie fedi insieme». Poi nel blocco pubblicitario è passato lo spot del Nespresso. Quello con Clooney-Malkovich as Bonolis-Laurenti. Quello – lo giuro – sottotitolato. E ho pensato che forse, miracolo, si sta aprendo uno spiraglio. Se non coi social network, dalle nostre parti, tanto per cominciare, cerchiamo di farla quantomeno sottotitolata, la rivoluzione.

Siamo fatti della stessa materia di cui è fatto il Servizio Clienti

15 luglio 2010

«Ah, un problema col browser… Non riesce a caricare le pagine… Ha detto che è un blackberry, vero? … Aspetti che guardo se tra le “domande frequenti” c’è qualcosa di simile… Aspetti… Mi dispiace, per ora non trovo niente… Però continuo a cercare… La posso richiamare più tardi a questo numero?»

«Buongiorno, ci siamo sentiti circa mezz’ora fa. Ho cercato ma non ho trovato niente… Mi può dire solo una cosa… sullo schermo del telefono, GPRS è scritto maiuscolo o minuscolo?Sa, potrebbe essere importante per capire…»

«Buongiorno, sono ancora *** del Servizio Clienti, scusi se la disturbo di nuovo… Forse abbiamo trovato una soluzione… Cioè, non siamo sicuri, non era mai successo niente di simile… Però un mio collega ha provato a farle un riallineamento… Sì, un riallineamento… Tra dieci minuti provi a togliere e rimettere la batteria, dovrebbe funzionare…»

Che poi, me l’aveva detto subito l’amica mia, bevendo insieme a me vino bianco freddissimo, seduti su un divano, pensando a come prendere tutta l’aria del ventilatore, senza cercare nulla nella passata letteratura dei Clienti dell’Operatore Telefonico.


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