Vivo a Milano, nella cerchia dei bastioni. Uso la bicicletta anche d’inverno, anche se fa un freddo porco e non c’ho i guanti, anche se le poche piste ciclabili che esistono sono molte volte occupate dai furgoni dei corrieri, molte altre dalle auto e dalle moto dei vigili urbani che chiacchierano come in CHiPs. Cammino molto, perché Milano è piccola, è il mantra che ci ripetiamo da una vita. Ho comprato una macchina a gpl, per sentirmi, proporzionalmente ai ritardi assortiti del nostro paese, un po’ DiCaprio. Fortunatamente ho la metro, come diciamo da queste parti, sotto casa: gli amici che abitano vicino a fermate del tram soppresse da tredici anni non si contano; ma se voglio uscire ad alcolizzarmi la sera, un qualsivoglia vagone che mi carichi per tornare a casa non lo trovo. Se chiamo un tassì arriva con otto euri così, cash, a mio carico, il che vuol dire che se va bene ne spendo il doppio per fare tre chilometri e mezzo.
Da lunedì Milano sarà sulla carta un posto civilizzato come Londra, o Berlino, o Stoccolma, o la cittadina lappone di Babbo Natale, con la differenza che in quei posti davvero civilizzati non c’è un isolato che non sia coperto da una stazione della metropolitana, del treno, delle slitte con le renne. Ai troppi passi avanti delle nostre pur illuminate amministrazioni arancioni corrisponderanno svariati passi indietro.
Io penso che sia tutto giusto. E che, in ogni caso, passerò quel che resta dell’inverno a farmi portare del sushi a domicilio – sperando che il mio giappo, come diciamo da queste parti, abbia un motorino quantomeno catalizzato.