A me J. Edgar di Clint Eastwood è piaciuto, e con qualcuno ho già litigato per questo. A me J. Edgar di Clint Eastwood è piaciuto perché non è un film su J. Edgar Hoover, né sull’FBI, né su quanto è bravo Fat Boy DiCaprio, né su quanto è truccato male Fat Boy DiCaprio. J. Edgar è un film sul progressivo scollamento tra corruzioni di dentro e moralità di fuori, messo in atto attraverso i simboli che sempre servono al conservatorismo per applicare la sua forza (ieri, si vede nel film, il rapimento del piccolo Lindbergh, oggi, che so, l’11 settembre?). Ma sto parlando come uno di quei critici che è un attimo e dicono «è un film necessario». Il punto è un altro: è che dopo aver girato un film sul confine variamente oltrepassabile che esiste tra pubblico e privato, Clint ha firmato per essere ripreso dalle telecamere di un popolare canale d’intrattenimento per così dire leggero insieme alla sua famiglia. «What’s important at this time is to re-clarify the difference between hero and villain», dice Hoover nel film. Diventando una sorella Kardashian qualsiasi, il più grande autore della Hollywood post-liberal dimostra di aver compreso la differenza tra passato e moderno, dove pubblico e privato c’illudono d’intrecciarsi. Per dire: lavorasse oggi, quel conservatore di Hoover non credo twitterebbe.