Dal tavolino accanto, a colazione. Al ristorante, a pranzo. Avvocati, architetti, sciure, sciuri, gente per strada, così. Gli estremisti comunisti gay che hanno invaso Milano, insomma. E che parlano, il giorno dopo.
«Più che per Berlusconi godo tantissimo per quegli sfigati di Casini e compagnia… Avete visto che non vi caga nessuno, adesso? Vi decidete a trovare un lavoro vero, adesso?»
«La Moratti cacciata da gente come Giulia Maria Crespi. Due che potrebbero giocare a bridge insieme al circolino del Rotary, e invece come si fa, con quella cretina, ha fatto male tutto quello che ha fatto, la Rai, il ministero, quella porcata del furto dell’auto…»
«Ho chiesto l’Unità in edicola alle dieci e l’avevano finito.»
«Va bene, ora il problema sarà la giunta. Va bene, hai ragione. Va bene. Ora però mi lasci festeggiare, per favore?»
«È tutt’un salire sul carro del vincitore, adesso. Il problema è che il vincitore è Vendola.»
«Mi stupisco che questa presa della piazza tipo Egitto o Libia sia avvenuta solo ora. Ma è che i milanesi sono così. Sono pigri, si crogiolano nel loro dorato menefreghismo, è come se fosse tutto un lungo, noiosissimo aperitivo, dicono che Milano, cosa vuoi, è quello che è. Poi lo sanno che non è così, e infatti poi guardali, tutti a trascinarsi in piazza con le bandiere rosse.»
«Ma in che senso avete festeggiato anche in Canada?»
«Ma mi hai visto con o senza mio figlio? Perché prima sono andato in piazza da solo, poi sono andato a prendere il bambino all’asilo e c’ho portato pure lui.»
«Persino Gheddafi sarebbe stato un sindaco migliore della Moratti.»
«E adesso affacciati al balcone, Tettamanzi! Manda a cagare i ciellini una volta per tutte!»
«Se vinceva la Moratti sì che tornavano le Brigate Rosse. Io per primo avrei offerto casa mia come covo.»
«Ma adesso tutto cambia. Vero che cambia?»



