La cosa più triste che mi sia capitata, da molto tempo a questa parte, è stata beccare in radio, la mattina neanche troppo tardi, una specie di reunion in diretta dei Take That in cui si cercava di mascherare il macroscopico «abbiamo solo urgente bisogno di soldi» dietro pseudo nuovi beat (in realtà lagne inascoltabili, e ridateci allora i plagi dei Beatles di Shine), e aneddotica sparsa su amicizie virili sparse (in realtà un «rimettiamoci a quel famigerato tavolino, anche se è la seconda volta, anche se abbiamo quasi quarant’anni»), e storie di concerti e registrazioni a distanza (in realtà un «azz, mica sono gli anni novanta, mica è così facile trovare un produttore che ti paghi una trasferta negli States»). E poi mi si è stretto il cuore. Quando, alla domanda «ma com’è che vi siete rimessi insieme, chi ha chiamato chi?», ho scollegato il cervello, e ho pensato a quello che doveva diventare il più grande cantante pop del mondo alzare la cornetta, credendo di essere stato davvero lui il cattivo. E che, dall’altra parte dell’oceano, ci fossero ancora quei suoi quattro amici – destinati a qualche cosa in più, di una donna e di un tour nei palazzetti dello sport.