Il Paese dagli elettori che ridono

Ieri, mentre in Parlamento si chiedevano fiducie e si facevano discorsi epocali (sì, vabbè), io guardavo il più incredibile film della storia del cinema italiano; il Film Definitivo su furbetti, quartierini, raccomandazioni, conventicole, intercettazioni; la riflessione di un *grande autore* (sì, vabbè) sullo stato corrente delle cose. Insomma, Il figlio più piccolo di Pupi Avati. A parte il non piccolo particolare che, essendo uscito mesi fa, avreste dovuto dirmi di vederlo tipo il primo weekend, ma non sto qui a frignare. Ad ogni modo la sciatteria è tale (vi basta Sydne Rome versione Hare Krishna?) da poter aspirare al titolo di peggiore film di sempre. Eppure c’è quella roba lì, il vero tocco d’autore, che basta a raccontare tutto: il fuori sync avatiano. Tutto ridoppiato, tutto che arriva quell’attimo dopo, la stessa voce dello stesso personaggio che non corrisponde di scena in scena.
Più tardi accendo la televisione e faccio giusto in tempo a vedere Pierluigi “Gargamella” Bersani e Alessio “He-Man” Vinci in maniche (rimboccate) di camicia, e capisco che il primo sta compiendo gli anni nello studio del secondo, ed è tutto un tripudio di «in ‘sto paese qui», «a quel punto qui», «un soprassalto di responsabilità», «io ho governato un po’, no?», «le tecnicalità», «un meccanismo democratico [...] prevede che non ci sia questo meccanismo qua», «arriva il punto che quando arrivi al dunque», e la più bella di tutte: «prima mi facevo il compleanno bel tranquillo»; intendendo: prima che si venisse a sapere che cade lo stesso giorno di quello di Berlusconi. Perché è di Lui che si parlava, passavano video che parevano “based on Una storia italiana“, lo studio era di oggi ma le parole di quindici anni fa. E per un momento, di fronte a quel meraviglioso trionfo di fuori sync, ho immaginato che ci fosse Pupi Avati, che sorrideva in cabina di regia.

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