Perché forse non lo sapete, ma ai congressi locali del weekend era tutto un tripudio di: «L’importante è che vinca il Pd, chiunque diventerà segretario saremo tutti qui per sostenerlo». Poi il buon Penati dice che ha già vinto Bersani (quindi lui), che Franceschini è un segretario – machedico, un uomo – finito, tutti a casa, non c’è niente da guardare. O almeno da votare. Perché «Bersani ha vinto tra gli iscritti». Che, tanto per dirne una, in Brianza sono appena tremila su ottocentomila abitanti. Comunque, è congenita alla sinistra questa smania di dare addosso al leader (ma mai al “leader preventivo”: questa qualcuno me la deve spiegare). Poi si capisce perché Berlusconi dice con la solita sicumera che resterà tra noi Per Sempre, roba che neanche la coppia più innamorata del mondo si azzarderebbe a dire. Nel frattempo, pare che Franceschini abbia chiamato Veltroni per chiedere lumi su questa faccenda, ma – considerato come sono andate le cose al Walter, a proposito di insostenibile leggerezza – non so che consigli possa dargli. Io, per quel che simbolicamente vale, continuo a sostenere Marino, che a Milano vola. Tra i cavalli grossi dopati per il palio, è come il Mio Mini Pony.
PS: Ovviamente chiunque lo trovi è vivamente pregato di portarmi quel Mini Pony (vedi foto) a Sua immagine e somiglianza. Di Obama, s’intende.
Se lo chiede uno dei pupi di Baarìa, ultimo Tornatore. Risposta: «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro», poi ripreso nella variante «È uno che vuole cambiare il mondo col buonsenso». Il protagonista del film è un comunista riformista (migliorista?), ma non si capisce bene dove lo porterà la sua utopia. Tornatore non fa per me, ma il film ha quello che molti chiamerebbero “senso del racconto”. Meglio, del ricamo, della miniatura. È bello quando il giovane protagonista si mette il cappotto per andare a fare la tessera del Pci. È bella la fuitina dentro casa. È bello Ficarra che va dal farmacista a chiedere «qualcosa per morire in fretta». Poi l’Amarcord si sfalda, Morricone non si tiene, e soprattutto non si capisce che fine facciano i protagonisti. Caso curioso: al cinema il comunismo va forte oggigiorno, è perno anche de Il grande sogno e Cosmonauta. Altro caso curioso: Berlusconi sta facendo gran pubblicità a Baarìa. Il film pare costato 30 milioni di euri, molti ce li ha messi Giampaolo Letta (a.d. Medusa e figlio di Gianni), tanti altri Mediaset, qualcuno pure Tarak Ben Ammar, e ora tutti insieme devono rientrare nei costi. Berlusconi che fa pubblicità ai comunisti: quando si tratta di marketing, chi è più riformista di lui.

… sicuro che Lui
Sono un devoto, quindi nessuno pretenda da me lucidità e senso critico quando si parla di Woody Allen. Sulla scia di quel che scrive l’amica
Le cosiddette emozioni a caldo sono roba troppo forte, strillata, scombinata. Si mette insieme tutto, si riconsiderano meriti e colpe disordinatamente. I sei morti di Kabul hanno scatenato, manco a dirlo, quelle confuse emozioni. Ma la riflessione non verrà, neanche stavolta. La domanda da porsi, sempre, è il senso da attribuire alle cose. Il senso di una “missione di pace”, in un paese ancora in guerra. Il senso da dare a ferite che, da noi, non si sono mai davvero aperte o rimarginate, altra storia rispetto agli States. Da noi non si parla di guerra, qui le scelte della politica – e, soprattutto, le vite di quei soldati – valgono il tempo di un battibecco parlamentare, di un virgolettato al Tg1, di uno sfondo di Porta a Porta. Mi sono tornate in mente le parole di Kitty Walker, alias Calista Flockhart, in Brothers & Sisters, mia ultima addiction (mi rimproverano di arrivare sempre tardi). Kitty è uno stupendo personaggio, una repubblicana californiana e dunque con un perenne filo di senso di colpa, ma non pentita. Ha un fratello, Justin, che ha prestato servizio in Afghanistan e viene richiamato in Iraq. Kitty cerca persino di corrompere un senatore (chi conosce la serie sa di chi parlo) pur di non far partire il fratello per il fronte. Perché «mistakes were made», come diceva Reagan (sopravvalutato dalla maggior parte dei repubblicani, e pure da qualche democratico), e come dice lei – che fa la giornalista – in un discorso in tv: «Un tempo ammettere i propri errori era considerato un atto di forza. Io ho fatto un errore. Ho fatto l’errore di continuare a difendere una guerra che aveva un disperato bisogno di essere riesaminata. E ho sbagliato perché non ho pensato che non ci può essere un riesame senza la consapevolezza che la guerra stessa è stata un errore». I serial americani riflettono più e meglio della nostra politica.