Il Pd è troppo importante. Dobbiamo restare uniti, nonostante tutto e tutti. Echeggiano parole solenni alle prime presentazioni “interne” delle tre mozioni (qualcuno li chiama «forum dei circoli»). Passaggi inevitabili, certamente. Eppure la sensazione è che il clima sia già molto viziato. Le regole del congresso, più complicate di un «Quesito con la Susi», servono a riempire le serate di “autocoscienza” degli iscritti, tanto c’è tutto il tempo per dimenticarle durante le ferie d’agosto, e riprenderle poi a settembre, sempre la solita musica. E il dibattito sulle tre mozioni sembra solo un pretesto per disporre già le diverse tifoserie, pronti per la conta di fine ottobre. Tutto è interno, ma in senso stretto. E il primo ricambio che non c’è è quello d’aria. La sbandierata partecipazione cede il passo a modalità vecchie, il franco confronto nella famigerata “Base” soccombe all’agenda polemica dettata dalla stampa. Per dirne una, c’è chi domanda cosa dicano le tre mozioni a proposito di Di Pietro, perché ormai è su questo che si fondano i programmi di partito. Sarà il caldo estivo e il richiamo delle spiagge, ma anche gli iscritti sembrano andare un po’ alla cieca. Io, si sa, sostengo la famosa terza via. Come segno, soprattutto. Non penso ci sia nulla da perdere, in questo momento. Mentre le parole, le stesse, sono lì, incantate. Tra i fumi delle salamelle e una mazurka che arriva da lontano. Sempre la solita musica, già.
Foglietto illustrativo: Non prendere il pessimismo troppo alla lettera.
Quando l’America deve emendare i suoi peccati, passa sempre da Las Vegas. Vecchio trucco da “corso di scrittura creativa” che ritorna in Una notte da leoni (più bello il titolo originale: The Hangover). L’ho visto, un po’ fuori tempo massimo, dopo che in patria ha incassato uno sfacelo e anche da noi è diventato un piccolo cult della commedia maschile. Racconta di tre classici dude che accompagnano un amico nella Città del Peccato per l’addio al celibato; svegliatisi l’indomani senza ricordare assolutamente nulla, dovranno ricostruire quel che è successo la notte precedente. Il tema “tutto in una notte” è caro agli sceneggiatori yankee, almeno tanto quanto l’amicizia virile (da questo film sarebbe nato l’ennesimo “pack”, capitanato dal malandrino Bradley Cooper). Come tutte queste commedie “di passaggio”, in realtà anche Una notte da leoni è molto più triste di quanto si sia disposti a credere. Dice che la vita è una piccola cosa sfigata, che si vive di soli postumi (the hangover…). E anche, però, che basta volersi bene per risolvere tante cose. Poi, come sempre, si è liberi di fare i dietrologi. Dire, ad esempio, che quella notte di cui nessuno ricorda nulla adombri in realtà gli anni di Bush, dove qualunque cosa finiva insabbiata. Si può scorgere l’immagine di un’America coi postumi della sbornia che ora cerca di risvegliarsi. Ma anche no. Meglio godersi la commedia intelligente, malicononica e cazzona per quello che è. Due chicche: Heather Graham, che vorremmo vedere in ogni film, e Mike Tyson, in un’autoparodia (con tigre) da genio assoluto.
Ieri sera, in consiglio comunale, la minoranza (Lega assente) ha offerto senza volerlo alla discussione in corso sulle variazioni di bilancio l’immagine più bella del bellissimo Match Point. Si parlava, metaforicamente, di palline da tennis. L’opposizione la getterebbe volentieri a noi della maggioranza, ma tanto a detta loro noi non la raccogliamo. E quella resta in bilico. Mentre il dibattito sbracava, pensavo a un’altra partita, di altra scala. C’entra il solito Pd, che non ha ancora trovato il suo Federer ma ieri ha lanciato il buon Ignazio Marino. Dopo il lavoro fatto sulla preparazione delle e-mozioni, ieri alla presentazione milanese non ho potuto esserci. Diciamo che c’ero, però. Anche grazie ai tanti messaggini di tanti amici presenti. Chi rimproverava eccessi di ottimismo e chi troppa cautela. Chi scriveva «John Fitzgerald Marino» e chi «Insomma…» (in realtà era la stessa persona). Anche questa del congresso è una partita a tennis, e ognuno cerca di far cadere la pallina dove crede. Penso che per ora questo tiro sia ben posizionato. Posizionamento è una brutta parola, fa un po’ Risiko, ma dà senso dell’esserci. Della voglia di preparare la battuta col desiderio di centrare lo scenario che si ha di fronte. Non sono pochi quelli che hanno voglia di seguire la partita. Abbiamo capito che è difficile segnare il match point. Ma la pallina non deve restare in bilico sulla rete (in tutti i sensi in cui la si voglia intendere).
E poi una sera esci dal cinema e vedi Susanna Messaggio che campeggia in dimensioni 3×1 in Corso Vittorio Emanuele. Un passo indietro. Da quando quel fotografo che fotografa tutto dall’alto, dalle favelas alle tartarughe, ha organizzato le esposizioni en plein air delle sue immagini, il centro di Milano non resta mai sprovvisto di belle foto per la strada. Ora ci sono i volti della “Milano della Salute”, da Veronesi a Don Verzé, per capirci. Il posto d’onore (che vuol dire foto più grandi e meglio illuminate) spetta al Governator Formigoni e alla signora Bracco, e uno poi si chiede perché. E poi c’è, per l’appunto, Susanna Messaggio. Ho pensato tutta la notte a come possa mai inserirsi nel giro delle fondazioni e degli appalti della Sanità lombarda. Alla fine, credo abbia ragione la mia amica Silvia: sarà per via di quella pubblicità dei Pampers.
Tra le tante correnti di cui non faccio parte, c’è anche quella dei potteriani. Però quel maghetto mi è sempre stato piuttosto simpatico, nel suo mondo dove pare tutto a posto, organizzatissimo, un liceo con la quotidianità un po’ idiota dei Ragazzi della Terza C ma con il lessico del Mito. L’ultimo capitolo, Il principe mezzosangue, è poi quello dove girano più ormoni e più spaventi. Il più bello (parlo di film, la Rowling non la leggo) resta L’Ordine della Fenice, ma forse perché ho il vizio di politicizzare tutto, e lì faceva molta tenerezza vedere quei ragazzini crescere, responsabilizzarsi e fondare una specie di partito anti-malvagi. Nel Mezzosangue, invece, è tutta una introspettivissima questione di identità, il che – sempre politicamente parlando – mi ricorda tanto qualcosa (Harry, si sa, è molto Dem). Il maghetto secchione scopre le origini del Male attraverso trucchi pirotecnici, viaggi nel tempo e strane parole (tipo Horcrux, che non è la nuova associazione di Magdi Allam). Ma per vederlo sconfiggere il maligno, c’è da aspettare l’ultimo capitolo. Perché qui vince l’ormone. E in fondo non è una brutta cosa.
Ieri, era una sera d’estate. C’era gente che ballava. Poi l’aria si è ingrossata, sono arrivate sferzate di vento, freddo, e poi le prime gocce sulle magliette e le gonne leggere. C’è un temporale in arrivo,
Dopo il grande successo dell’