Mozione Jacko

By mattiacarzaniga

A Londra si sente solo Michael Jackson. Le commesse di Agent Provocateur lasciano le clienti in mutande (letteralmente) perché impegnate a cantare Billie Jean, strizzate nelle loro vestagliette rosa. In Shaftesbury Avenue, fuori dal teatro dove proprio in questi giorni va in scena – ironia della sorte – Thriller: The Musical, è stato allestito un piccolo kitschissimo altarino davanti al quale si radunano a decine, tra ceri, e fiori, e foto del “king of pop” dei tempi migliori. È l’unica concessione alla morte nella città più viva che c’è. Black or white, per stare in tema jacksoniano, non fa differenza. Così come giovane o vecchio, posh o mentecatto, tipo da famiglia tradizionale o da associazioni arcobaleno. Noi fratelli d’Italia, visti da quassù, sembriamo davvero vecchissimi. Non tanto per le storie estive del nostro premier troppo arzillo (che arrivano anche qui, le trovi in prima pagina sui peggio giornaletti), ma per l’idea di paese vecchio in cui ci trasciniamo da anni. Esclusi i “Briatores”, qui gli italiani sono ancora protagonisti di una simpatica immigrazione, spesso temporanea, studenti, giovani impiegati, professionisti in odore di carriera che vengono a lavorare oltremanica. E poi ci sono i turisti vocianti che spuntano da ogni angolo, coi loro zaini Invicta (quando un brand distrugge l’immagine di un popolo), immancabili nei musei come nelle vie della moda (in sabot, direbbe Elio). L’immagine che esportiamo è come sempre simpatica, ma decisamente confusa. Fa piacere leggere, sulle pagine di Repubblica (anche se l’unico quotidiano che si becca un posto d’onore tra i tabloid è la Gazzetta, quella rosa), che qualcosa si sta muovendo, forse, anche da noi. Heal the world, si sente nei negozi londinesi. Ecco, forse ai prossimi congressi ci vuole la «mozione Jacko». Quella che ti può insegnare come guarire anche la nostra asfittica Italietta. Perché il mondo, quello vero, ha preso da un pezzo un’altra direzione.

2 Risposte a “Mozione Jacko”

  1. EsseA Dice:

    Ciao,

    io vivo a Londra, e devo dire che ci sono due cose qui che fanno impressione:

    - il numero di italiani che incontri ovunque (un po’ meno stereotipati della tua breve descrizione, ma ne capisco il senso)

    - l’opinione che tutti, fuori e dentro gli stereotipi di cui sopra, convidono dell’Italia: “E’ un Paese morto, senza speranza, senza futuro e senza presente, ma essendo morto non se n’e’ accorto.” “Tornare in Italia? Ma che, sono coglione?!”

    Rispetto a questo, la reazione di molti italiani all’insegna del “Lascia che gli altri facciano i paesi normali, noi che siamo sregolati e puttanieri abbiamo capito tutto” e’ una versione provinciale (e patetica perche’ inconsapevole) della volpe e l’uva.

  2. Roberto Dice:

    Heal the world ho scritto venerdì sul mio profilo. Abbiamo bisogno di credere di più in noi, nel nostro futuro e nelle nostre possibilità. Meno critica e più tensione al futuro. Questo si vede troppo poco. Come generazione, come Paese e comme progressisti. Ci credo molto. E lo vedo poco.

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