Temevo che non sarebbe andata facilmente. Che sarebbe stata dura mettere insieme i “pezzi”, le persone, le storie diverse, i soliti noti e le new entry, e poi le griglie delle costine, le friggitrici, i vassoi per il servizio ai tavoli…
La prima Festa vimercatese dell’Era Democratica (un po’ come l’Era Glaciale, nel senso cartoonesco del termine: il Pd come lo scoiattolino che cerca di godersi la sua sospirata ghianda ma non riesce a trovare pace) è finita ieri sera, con bilancio (politico e umano) in grande attivo.
Il lavoro dei prossimi mesi sarà lungo. Ma – se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa Festa – è che la base c’è, le persone (vecchie e nuove) sono pronte. Ora c’è bisogno di un partito vero che le tenga (col)legate. Un partito presente, come presente è stato lo spirito dei volontari che hanno tagliato costine e servito salamelle in questa bella dieci-giorni. Volontari che adesso sono spaesati, si sentono soli con la loro voglia di fare (un ragazzo “insospettabile”, fino a poco tempo fa incerto sul partecipare o meno alla Festa, mi ha chiesto: «Ma quando parte il tesseramento del Pd?». Ecco, è a queste domande che il partito deve dare una risposta urgente).
La Festa è finita. È finita nel pieno di una vera tempesta, come nella più bella scena del bellissimo Lascia perdere, Johnny! (guardatela qui, ne vale la pena). Anche noi, in stile Titanic, abbiamo continuato a suonare. La buona notizia è che la nave (forse) non affonderà.
PS: A proposito di Feste, bilanci e rilanci del Pd, con Pippo stiamo girando Il grembiule. Prossimamente su questi schermi…
… belongs to lovers. Questo dovrebbe essere la musica, un grande connettore di amore collettivo. Il Boss a San Siro è sceso come un Dio, un Dio dispensatore di amore e di energia, generosissimo e democratico (ogni riferimento a campagne politiche in corso è puramente casuale?). Accetta le canzoni a richiesta, si diverte a fare tutti i suoi classici (o quasi: mancaThe River, azz), si rotola nel pubblico, urla Milanoooo e in un momento Milano sembra bellissima. Parla la lingua che parla la gente, e capisce che quel sorprendente finale twist and shout (proprio lui, quello dei Beatles) è il mondo che tutti vorremmo, ed è giusto farlo durare per sempre. Una scarica di energia di cui dobbiamo fare tesoro. Così sarà più bello e più facile livin’ in the future…
C’è una scena quanto mai emblematica in E venne il giorno (pessimo titolo italiano di The Happening): il protagonista Mark Wahlberg cerca di ristabilire un contatto con la Natura diventata di colpo matrigna e scopre che quella con cui sta parlando (letteralmente) è una pianta di plastica. Il messaggio (meglio, l’s.o.s.) è forte è chiaro: abbiamo creato un ambiente artificiale e stiamo uccidendo il pianeta vero. E con esso noi stessi. Poi M. Night Shyamalan (il regista de Il sesto senso, Signs e soprattutto dello psycho-capolavoro The Village) fa a modo suo: e si inventa la grande metafora di una minaccia (probabilmente ambientale, appunto) che si solleva contro l’uomo, portandolo a perdere l’istinto di autoconservazione e a incappare in una agghiacciante catena di suicidi collettivi; una minaccia che l’uomo non riesce a leggere, imputando la fine del mondo al solito attacco terroristico. La tesi è evidente (troppo?): come direbbe il Leopardi delle Operette morali, noi siamo quelli che sono fuggiti dalla Natura, e adesso il conto è arrivato. Il film, che poteva essere la summa dello Shyamalan-pensiero, qua e là fa acqua; ma il tema non è per niente scontato, e orchestrato – come sempre nelle visioni del regista – nella maniera in cui sarebbe piaciuta a Hitchcock, con l’aggiunta di un po’ di sci-fi anni ‘50. Se domani vi fermerete improvvisamente in mezzo alla strada e inizierete a camminare all’indietro, sappiate che è venuto il vostro giorno. E anche il nostro.
Si parla spesso di emergenza formativa (a me almeno ultimamente capita), ed ecco che arriva il film sulla scuola che mancava: Entre les murs, Palma d’oro (meritata) all’ultimo Cannes, in Italia a ottobre ribattezzato La classe. Lo firma il francese Laurent Cantet, uno dei pochi registi di oggi ad essersi occupati di lavoro e delle sue conseguenze (il dramma dell’impiego in Risorse umane, 1999, quello della disoccupazione in A tempo pieno, 2001) e che per questo film si è ispirato al libro autobiografico di François Bégaudeau, professore nella vita come nel film.