
«Guai ad aver paura delle parole» dice un giovane Dostoevskij di fronte alle autorità zariste che lo stanno per condannare per filo-socialismo. Guai a fidarsi troppo delle parole, dice il film che Giuliano Montaldo, regista di lungo corso e alterne fortune, ha dedicato al più grande scrittore che la Storia ci abbia lasciato. Ne I demoni di San Pietroburgo Dostoevskij (il grande Miki “Underground” Manojlovic) è un riformista ante-litteram che si confronta con l’eredità lasciata dai suoi primi scritti socialisteggianti; presi fin troppo alla lettera – a qualche decennio di distanza – da quei giovani borghesi che inneggiano alla rivoluzione nella Grande Madre Russia del secondo ‘800. Lui nel frattempo per quelle sue idee anarcoidi e giovanili ha pagato caro, ha scontato dieci anni di confino in Siberia, e lì ha conosciuto quei veri “poveri” che avrebbero dovuto trarre beneficio dalla rivoluzione: gente a cui più delle parole servono le riforme (vedi l’abolizione della servitù della gleba promossa nel 1861 da Alessandro II, che Dostoevskij ha appoggiato col risultato di essere tacciato come venduto allo zar).
La Russia di ieri pare (esagerando un po’) l’Italia di oggi: un Paese dove la sinistra è incantata sulle sue belle parole e scivola sempre più lontana dalle masse, e in cui di politica (vera) «si parla solo a bassa voce», come recita il film. Che è un po’ calligrafico, discontinuo, approssimativo sul Dostoevskij-artista (anche se l’abisso nel senso di colpa che sfiora da uomo al pari dei suoi personaggi più neri e memorabili è ben abbozzato), ma lancia un messaggio forte. Che qualche spettatore (non solo) democratico farebbe bene a raccogliere.