Gente di Milano (variazioni sul solito tema)

15 aprile 2013

Più ancora della scarsa riconoscenza dei milanesi verso la loro città (vedi capitoli precedenti, ultimo compreso), quella dei fuori sede che ormai si sentono così naturalizzati da sputare nel piatto in cui non smettono di mangiare (soprattutto bagel e macaron).
Pubblicitari pugliesi che ci tengono a dirti che lavorano nella Grande Agenzia Con Due Nomi Uguali Divisi Da Una E Commerciale però «questa città fa schifo»; omosessuali friulani che esultano ad ogni apertura di simil-Ladurée ma «qui non c’è mai niente da fare»; fotografi di moda molisani che emettono fatture a cinque zeri dopo ogni fèscion uìc che poi «questo posto mi soffoca, me ne voglio andare».
Il consiglio è uno solo: tornate a impaginare volantini per l’ottico del centro di Martina Franca; cercate soddisfazione nelle dark room di Pordenone mentre la fidanzata vi aspetta a casa; fatevi ingaggiare come fotografi di matrimoni a Isernia e provincia – magari una fetta di cheesecake al buffet la spuntate anche là.

Toglietemi tutto, ma non il finger food

9 aprile 2013

Amo i milanesi. Amo i milanesi perché non si muoverebbero da Milano – no: dal loro isolato a Milano – neanche se arrivasse il tornado che si portò via Dorothy Gale, ma poi che brutta città, non c’è mai niente da fare, che provincialismo. Non levarmi il caffè – no: la bakery – sotto casa, ma che barba, che noia.
Amo i milanesi soprattutto in quella settimana nota come Salone del Mobile, li vedi che proprio non si tengono più.
E va bene che è una sagra di paese che serve a batter cassa per quei pochi giorni punto, poi a Milano non resta più niente di disàin, di architettura, di arredo urbano da Fuori Marone, le nuove piazze c’hanno due lastre di granito e via come a Cinisello Balsamo, altro che archistar, guarda piazza XXV Aprile, due alberelli e a posto così, le sciure saranno accontentate (tra un po’) con l’apertura di Eataly, là dove c’era l’erba ora c’è lo yogurt chilometrozero, quando basterebbe un’aiuola.
E va bene che in quelle cinque-sei sere via Tortona sembra il lungomare di San Vito lo Capo il 13 agosto, che non c’è un tassì manco a pagarlo ancora più caro, che il tuo vicino di pianerottolo ha affittato la casa a due hongkonghesi e adesso devi andare tu a tirargli su il contatore saltato in cantina, che in fondo chi se ne importa di tavoli e poltroncine – a qualcuno forse importa: c’è gente che fa la coda per le fiere di barche a vela, e con quelle di certo non ci si arreda la casa a Courma come fate voi.
Va bene tutto. Ma allora rinunciate a quel prosecchino sgasato a un qualsivoglia «evento in via Ventura» di cui vi passate inviti da giorni.

Il grande e grillino Oz

19 marzo 2013

«Siete soldati?»
«No, ma io sono un fattore.»
«Io un falegname.»
«Io faccio il pane.»
«Siamo più forti di quanto sembra. Siamo pronti ad assaltare la Città di Smeraldo.»

«Sono tempi disperati, riesci a far credere loro che sei il Mago?»
[Dopo un attimo di esitazione] «Sono il Mago! Ma avrò tutto quell’oro, vero?»

«Siamo uniti e siamo un vero popolo, e ora il Mago è qui per guidarci.»

«Vi accorgerete presto che il Mago è bugiardo, egoista e mortale.»

(Frasi dal film Il grande e potente Oz, in testa al botteghino italiano)

Candid Camera

16 marzo 2013

Il merito di aver riportato l’attenzione sulle cose giuste, le parole che servono, la politica di cui c’è bisogno, il qualcosa di sinistra che mancava.

Il merito di aver inondato in pochi minuti i giornali on line, i social network, i uozzapp degli amici col nuovo profilo di una donna che apre un nuovo varco, che parla una nuova lingua, non quella delle funzionarie frattocchiane di ieri, non quella delle marionette bevitrici di acqua pubblica di oggi.

Il merito di aver distolto l’attenzione da quel gruppuscolo spuntato per caso, a inneggiare contro istituzioni di cui è finito ad occupare le poltrone, coi suoi slogan, i suoi apriscatole, le sue foto col telefonino da gita della scuola.

Il merito di aver dimostrato anche ai giornalisti che quel gruppuscolo l’hanno inseguito e celebrato per giorni, coi presunti scoop di finte lauree e la caccia a uomini mascherati, che il Paese è un’altra cosa, che forse sta andando da un’altra parte.

«La creazione di una grande compilation, così come una separazione, richiede più fatica di quanto sembri»/4

28 dicembre 2012

La Quarta Famigerata Classifica (film usciti in Italia tra l’1 gennaio il 31 dicembre 2012)

1. Amour, di Michael Haneke
2. The Avengers, di Joss Whedon
3. La guerra è dichiarata, di Valérie Donzelli
4. La talpa, di Tomas Alfredson
5. Io e te, di Bernardo Bertolucci
6. Skyfall, di Sam Mendes
7. Reality, di Matteo Garrone
8. Moonrise Kingdom, di Wes Anderson
9. J. Edgar, di Clint Eastwood
10. The Way Back, di Peter Weir

Facce da schiaffi (primarie edition)

24 novembre 2012

Il politico di centrosinistra in tempo di primarie

Il politico di centrosinistra vuole partecipare alle primarie e però non vuole, ma il suo è un grande partito con ambizioni americane, ci vuole un grande confronto all’americana, anche un grande confronto televisivo all’americana, e sottrarsi a tutto ciò vorrebbe dire essere conniventi con quella cosa del morire democristiani, come se invece non…
Comunque.
Il politico di centrosinistra sa che per partecipare alle primarie ha bisogno di poche cose: un pezzo di Concita De Gregorio da mostrare come endorsement; un paio di pubblicazioni con titoli che vanno da La mia politica – Da John Fitzgerald Kennedy a Pietro Folena a L’Italia di domani spiegata a mia figlia Sveva; passaggi televisivi assortiti, si comincia da Ballarò, che discorsi, ma poi ci vuole pure un salto a Uomini e donne edizione ottuagenari, gli ultimi vent’anni hanno insegnato che bisogna essere nazionalpopolari.
Alle primarie del centrosinistra si presentano un politico della Vecchia Scuola in quanto rappresentante di Massimo D’Alema, un politico donna vegetariana in quanto rappresentante delle donne vegetariane e un politico del Sagittario in quanto rappresentante degli elettori del Sagittario.
Il compito più difficile per un politico di centrosinistra che partecipa alle primarie è trovare i nomi da mettere nel famigerato Pantheon. Va a finire che ogni ballottaggio diventa una straziantissima scelta di Sophie. Nelson Mandela o Nelson Piquet? Jimmy Carter o Lola Falana? Don Milani o Eleonora Giorgi?
Il politico di centrosinistra che partecipa alle primarie non sa che la Grande Occasione Democratica delle primarie sveglia ciò che davvero chiunque ha voglia di fare in democrazia: dare schiaffi. All’americana, si capisce.

(Sta per uscire l’ebook del libercolo del mio omonimo. Stéi tiùnd.)

Poi dice perché suo figlio usava la Batmobile

22 ottobre 2012

Ho una bicicletta ma ieri, per vari motivi, ho dovuto noleggiare per la prima volta una bici della Moratti.
Un abbonamento occasionale (che modi!), nella fattispecie giornaliero, costa 2,50 euri, più 2 di commissione.
Per prima cosa bisogna comodamente registrarsi al comodo sito lasciando nome, cognome, indirizzo mail, numero di cellulare (!), colore preferito, squadra del cuore, droghe provate nella vita, canzone del primo bacio, eccetera; soprattutto il numero di carta di credito. Lo si può fare comodamente in piedi dal proprio smartphone oppure chiamando un comodo numero verde. (5 minuti usando il telefono)
Delle due bici prese dopo aver inserito codice e password una non si sgancia dalla barra in cui è parcheggiata. Perso un po’ di tempo a bestemmiare (2 minuti), chiamo il numero verde. Solita attesa (1 minuto), quindi l’operatore risponde. Dice che non può fare la cosa più ovvia, ovvero annullare il noleggio di quella bici e permettere così di prenderne un’altra. Dice che un servizio di assistenza c’è, ma ci vogliono almeno quaranta minuti. Dice che alla fine la cosa più veloce è sbattere la bici tipo vandalo per far credere alla barra in cui è malamente riposta (non scherzo) di essere stata appena riparcheggiata. La psicologia delle bici della Moratti. Funziona. Ti guarda l’intero marciapiedi come se fossi uno scugnizzo di Forcella ma funziona. (6 minuti, tra telefonata e atto di vandalismo.)
Ora la bici che avevo noleggiato e che non sono riuscito a prendere è a posto, ma devo aspettare altri dieci minuti prima di poterne noleggiare un’altra. Arrivato a un’altra stazione delle bici della Moratti, giusto per far passare quei dieci minuti (e un paio in più, così, per sicurezza), finalmente ho le due bici che voglio. Che volevo. (12 minuti)
Tempo totale: 26 minuti.
Volevo andare alla galleria di via Palestro, che nel frattempo aveva chiuso.

Il Paese Reality (il cinema delle Comencini un po’ meno)

2 ottobre 2012

Reality di Matteo Garrone è un film sul bisogno di fama e i suoi derivati.
Un giorno speciale di Francesca Comencini è un film sul bisogno di fama e i suoi derivati.

Garrone è il cinema di costume, ovvero la giusta astrazione del – sintetizzando – Grande Fratello.
Comencini è il cinema di costume, ovvero la sbagliata didascalia di «wannabe olgettina con la french e mamma connivente che la mette tra le gambe di un onorevole leghista maroniano, ma poi l’olgettina si ravvede perché siamo donne, oltre le gambe c’è di più: c’è Se non ora quando».

Garrone co-sceneggia con gli unici due-tre capaci di scrivere oggi in questo paese.
Comencini co-sceneggia con la nipote.

Il protagonista di Garrone è un napoletano il cui modello di recitazione fortunatamente non è Totò.
Il protagonista di Comencini è un romano il cui modello di recitazione sfortunatamente è Riccardo Rossi.

Garrone è Fellini. Perché è moltotroppo Sceicco bianco, han detto i detrattori che han visto due film nella vita. No: perché, rispetto alla media italiana corrente, gioca nel campionato in cui giocavamo decenni fa.
Comencini vorrebbe essere la commedia romantica on the road. E non è né Frank Capra né Stanley Donen, per dire.

Garrone andava girato dieci (facciamo cinque) anni fa. O forse no.
Comencini è stato girato vent’anni fa. È una puntata di Chiara e gli altri. O forse no. Purtroppo.

Garrone andava chiuso un quarto d’ora prima.
Comencini l’ho chiuso un quarto d’ora prima. Nel senso che sono uscito un quarto d’ora prima.

Garrone ci ripensi il giorno dopo e diventa bellissimo.
Comencini… Comencini… Ecco, facciamo finta che Lo scopone scientifico non l’abbia mai girato un tizio con lo stesso cognome.

L’han deciso i ricchioni, e io devo accettarlo

28 agosto 2012

Ho preso coscienza della parola lobby la prima volta che ho visto Il presidente – Una storia d’amore. Michael Douglas era il personaggio del titolo, Annette Bening la lobbista (ramo ecologia) di cui si innamora con rischio d’impeachment. Avrò avuto undici anni, non esisteva l’internèt (quantomeno non nella misura in cui esiste oggi), era difficile scoprire prima le cose e tanto più gugolarle dopo.
Ho ripreso coscienza della parola lobby quest’estate a San Francisco. A San Francisco i lobbisti (ramo gay) hanno deciso che quello è il posto dei diritti, dell’emancipazione. Delle scelte. Non bisogna vedere i film con Sean Penn premiato con l’Oscar (dagli stessi lobbisti-ramo-gay) per sapere che è tutto storicamente piuttosto vero. E però non basta. La lobby – prima di andare, quando sei là, una volta tornato – ti vorrà convincere che: Questo È Il Posto Della Libertà Vera; Qui Siamo Over The Rainbow, E Sticazzi Se Il Tuo Cult D’Infanzia Era Die Hard; Devi Leggere Armistead Maupin, Cosa Ne Vuoi Sapere Altrimenti; Devi Andare In Giro Tuttonudo Anche Se Fuori Ci Sono Meno Diciotto Gradi, Solo Così Capirai La Libertà Vera Di Cui Sopra.
Coppie di omosessuali benestanti col cagnetto dietro i loro bovindi Vs. Tossici col bovindo dentro un carrello del supermercato ad ogni angolo di strada – la libertà, le scelte.
Ma direte, voialtri lobbisti, che è riduttivo. Nella misura in cui è riduttivo dire che a Los Angeles c’è sempre il sole, son tutti presi bene, corrono dalla mattina alla sera, le rifatte ti salutano dalle loro decappottabili e a Venice c’è un costante odore di maria.
Non faccio quello che è tornato e che ha capito tutto. Non ho capito niente, avete ragione voi. Ma ridatemi tutto l’ultimo capoverso e tenetevi le lobby. Io, del resto, fin da quella volta al cinema, non le ho mai capite.

PS: Il titolo è loro, non mio, anche se avrei tanto voluto lo fosse.

Sulle navi con Silvio, invece, era tutto uno stappare bollicine

11 agosto 2012

Al cinese maoista di Venice, bellissimo, non servono birra. Mi dicono che posso però comprarla nel negozio dietro l’angolo e portarla dentro. Il negozio dietro l’angolo non vende birra; o meglio: vende solo confezioni da sedici bottiglie, una più una meno. Il pakistano di fronte si è convertito all’organic, pure lui. Torno nella Repubblica Cinese. Ce n’è un altro dietro l’isolato, mi dicono. Si sono presi a cuore il mio etilismo, queste ragazze con le trecce e gli zoccoli. Due angoli, stavolta, e leggo «Liquor», non posso sbagliare. Mi mette la birra in un sacchetto di carta. Sono un alcolista degli anni ’20 del secolo scorso.

Una volta, tanti anni fa, quando servivo costine alla Festa de l’Unità, mi sono sbronzato di martini, e poi sono caduto, e mi sono rotto un sopracciglio. Ma non diteglielo, ai comunisti amerikani.


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