Fa un certo effetto connettersi e trovare una lettera di Mark Zuckerberg, ovverossia il fondatore di Facebook in persona. Ormai nei social network non ci si sente utenti più speciali rispetto a ciò che accadrebbe altrove. È un po’ come trovare una lettera del Signor Esselunga sullo scontrino della spesa, o della Signora Unicredit allo sportello del bancomat. Il senso della lettera di Zuckerberg non è «Ci sono», ma «Ci siete, e io vi cago moltissimo a differenza di quello che fanno i vostri genitori, se avete 16 anni, o la politica, se ne avete 35 e siete in rosso, o la fidanzata, se avete qualunque età e siete in crisi di coppia.» Il senso è anche quello di rispondere – via rassicurazioni sulla privacy, tema che agli esibizionisti da social network importa ben poco – al giro di vite nei confronti delle piattaforme virtuali che sta diventando di gran moda. A sentire la stampa, Facebook è una medersa filo-erroristica o un ritrovo per stupratori seriali (almeno nella folle Nu Iòrk, come racconta oggi Repubblica). Mentre da noi, il network diventa l’occasione per la famosa protesta che sale dal basso (save as: Espressione più brutta del 2008/2009). La piazza che poi finisce in piazza per davvero. Ma questo – perdonate il giochetto – l’ha già detto Pippo che l’avevamo detto.
Ma nessuno gli ha insegnato che si comincia con «dear friend»? (qui, poi)
2 Dicembre 2009 di mattiacarzanigaCi si diverte con poco
2 Dicembre 2009 di mattiacarzanigaCi mancava il «divertissement», nuovo (ennesimo?) décor di marca dalemiana, per animare l’asfittico dibattito sulla giustizia nel Pd. A parte il racconto che se ne dà sul pezzo del Corriere di oggi («il sarcasmo notorio dell’ex ministro degli Esteri»; «uno di quegli scherzi che [...] usa non solo per far divertire i suoi interlocutori, ma anche per spingerli a una riflessione»), la bagatella, per dirla con il lessico dell’avversario, suona più o meno: i giudici hanno ragione quando parlano di Berlusconi, ma anche (non era un veltronismo?) viceversa. Da qui la presunta adesione della Segreteria (Bersani via D’Alema) alla Linea Letta, secondo cui – sempre da intervista al Corsera – il premier avrebbe diritto di difendersi non solo «nel processo», ma anche «dal processo». Di Pietro, in crisi di consensi, si lecca i baffi. I nostri si mordono le mani, visto che ci sono le Regionali, e ogni elezione vuol dire «Quali alleanze?». Ma tanto conta solo il divertissement, è quello che piace ai giornali (leggete il pezzo in questione e vedrete quanto il Corriere ci tenga, mah, a precisare che il Massimo scherzava.)
Ieri, mentre facevo, letteralmente, telelavoro (ottima scusa da usare in società), ho rivisto dopo mesi il famigerato Paese Reale. La signora Daniela di Uomini e donne (a proposito di una esterna per altro meravigliosa) e la Santanchè che si confondeva tra i trans in un incredibile dibattito pomeridiano. A un certo punto c’era pure Alessandra Mussolini, per via di quella storia del suo video hard: «Feltri deve chiedermi scusa, credevo che Il Giornale fosse dalla mia parte!», gridava in macchina. D’Alema può stare tranquillo. Il Corriere non aspetta altro che i suoi prossimi scherzi. E il Paese Reale non saprà mai che il Silvio, tra la scusa di un consiglio dei ministri e una pacca sulla spalla al leader di uno stato col suffisso -kistan, nei nostri divertissement continuerà a sguazzare.
Sarà che le biciclette sono arrivate che c’era il ponte
1 Dicembre 2009 di mattiacarzanigaRicordo ancora di aver pensato: sì, ciao, in bicicletta ci andrete voi. E invece le rastrelliere spuntarono così, tra una nevicata e l’altra. Pur sapendo che fino al più crudele dei mesi, che quassù è ancora più crudele, di due ruote non se parla. Oggi di biciclette in giro se ne vedono, ma chissà per quanto, e a che prezzo. Tutto questo per dire dell’ecologismo à la meneghina. Aveva ragione Elio a cantare «quel bosco l’hanno rasato, mentre la gente era via per il ponte». Sarà questo il problema dei milanesi: i ponti. Che poi la città si svuota ogni weekend. E nessuno si accorge che intanto. (Detto questo: il nostro candidato ufficiale, quando? Forse è che noi neanche la vogliamo, la bicicletta. Figurarsi pedalare.)
Perché è sempre questione di pulpito e di predica
1 Dicembre 2009 di mattiacarzaniga
Innanzi tutto va spiegato chi è Tina Brown. Le note biografiche dicono giornalista e columnist. Ha diretto piccole cose come Vanity Fair e il New Yorker. Ha scritto il più noto biopic su Lady D. Ha la fissa per le donne più o meno legate al potere, e in particolare per Hillary Clinton. Di Tina si parla oggi per via della classifica che ha stilato sul suo blog The Daily Beast, ovverossia: “Le 25 persone più intelligenti del decennio”. Ha consultato gente molto progressista e gente molto conservatrice, e pure David Geffen (!), ed ecco il risultato. (Ovviamente Hillary non manca: la Brown sta scrivendo un documentario su di lei.) Ora, visto che se dovessi elencare i geni a stelle e strisce dell’ultimo decennio non saprei scegliere tra Mark Zuckerberg e Lady Gaga, mi domando cosa accadrebbe su suolo nostrano. Prenderei due editorialisti qua e due là (più il preside dell’accademia di Amici di Maria) e proverei a domandarmi chi merita un posto in classifica. Veltroni o Bersani? Corona o Moccia? Veronica o Carlà? Dice la Brown: «It was a decade that most will rank among the worst ever», e figurati se negli ultimi dieci anni fosse venuta più spesso in Italia. Dove non trovi neanche uno Steve Jobs qualsiasi a riempire i buchi.
Checco Zalone for dummies
30 Novembre 2009 di mattiacarzanigaMi arrivano ora i dati dei film più visti nel weekend, e scopro che Checco Zalone ha battuto i vampiri di Twilight. La notizia interessa giusto i cosiddetti insider (sempre che ancora ci siano e contino qualcosa, in quel markettume che gira attorno al nostro cinema). Quel che penso io è che forse ho sbagliato a sottovalutare quel tizio, foss’anche solo per i numeri che genera. E non posso neanche dirlo da snob, ché il Checco ormai frequenta i salotti buoni della tv ed entra a gamba tesa nel dibattito politico come una Tina Fey farebbe su suolo yankee (quando si dice: il comparative advertising è sempre controproducente). Ricordo le due sole volte in cui l’ho intercettato: la prima – via YouTube – quando in uno show del quinto canale trasformava la Canzone di Marinella nella molto cliccata Canzone di Patrizia, nel senso di D’Addario; la seconda un paio di settimane fa a XFactor, dove il nostro ironizzava su terroni e froci, esattamente come nel film ora in testa alla top 10. Confesso di non aver capito se Zalone faccia per finta o sul serio, e dev’essere un problema mio. Dev’essere che se oggi bisogna raccontare l’Italia, allora serve sfoggiare molto paraculismo naïf e fare i marziani di fronte alle puttane, e ai froci, e ai terroni. Dev’essere che ogni tanto qualcuno ci deve ricordare che siamo l’ultima provincia del pianeta. Datemi un manuale del tipo «Checco Zalone per principianti», o non parlatemi di eroi della satira, guitti e saltimbanchi. Qualcuno dovrà pur convincermi che le masse hanno ragione, e che io sono vecchio a pensare che Nessun Altro Mai, prima e dopo il primogenito di casa Guzzanti.
Summertime (And the living is not easy)
27 Novembre 2009 di mattiacarzanigaFrase chiave di lei: «You weren’t wrong, Tom. You were just wrong about me.» Tradotto: «È un problema mio», ma detto con la classe che si addice a una vera gattamorta. Frase chiave di lui: «People don’t realize this, but loneliness is underrated.» Tradotto: «Non sto bene, ma non voglio affrontare i problemi, e tanto comunque stasera ho la partita di calcetto.» Lei è Summer, lui Tom. Sono i protagonisti di 500 giorni insieme, ovvero 500 Days of Summer, oggi al cinema. (In realtà ho scoperto che lei in italiano si chiama Sole, e non si capisce perché dal momento che poi non si sfrutta il giochetto del titolo originale; ma il nostro è il paese in cui ancora si traduce senape con mostarda, dunque è inutile fare tanto gli gnègnè.) Comunque. È una specie di film perfetto, del genere manuale d’amore, istruzioni per l’uso, tutto quello che avreste voluto sapere su, eccetera. La storia è riassumibile in: boy-meets-girl, ma poi i tempi di entrambi sono sfasati, ci si ama ma non ci si incontra, si crede di essere soul mates ma poi c’è la Noia Preventiva, si va all’Ikea perché se si vuole anche solo sognare una vita insieme meglio farlo su un letto da 200 euri. Di qua o di là: o si tifa tantissimo per Tom, che si innamora quando lei capisce al volo che lui in cuffia ha gli Smiths, e poi rimane scottato; o si è del Team Summer, che si innamora ma non lo vuole dire (lei: «You believe in love?»; lui: «Yes, it’s not Santa Claus.»), e poi fugge. Potrei indicare one liner a raffica, ma basta un dialogo per capire Tutto: lei: «We’ve been like Sid and Nancy for months now»; lui: «We’ve had some disagreements but I hardly think I’m Sid Vicious.» lei: «No, I’M Sid!». Io faccio il tifo sfegatato per uno dei due, ma non vi dirò mai quale. Il fatto è che vedo i film troppo presto, o forse solo che ultimamente ho seri problemi di memoria. Comunque la prossima volta che parlo di film dell’anno, chiedetemi se non mi sono dimenticato qualcosa.
Quo usque tandem abutere, Dirigentia, patientia nostra?
26 Novembre 2009 di mattiacarzanigaSiete autorizzati a dirmi che di questi tempi ho giusto un paio di riferimenti culturali (sèvabbè), e sapete quali. Ma quando ieri sera ho visto Morgan trasformare la tipica sindrome “sputare nel piatto in cui si mangia” in una specie di catilinaria contro lo strapaese in cui viviamo (c’aveva provato pure la Mori con le sue giuste fregole di neofemminismo, ma si sono addormentati tutti prima che portasse a termine l’invettiva), non mi sono tenuto. Il Castoldi Marco ha più o meno affermato che i pezzi assegnati dai discografici ai suoi cantanti facevano cagare (vero), che la discografia italiana fa cagare (vero), che i talenti in giro ci sono ma poi i soliti matusa (m’è scappato: ieri c’era anche Elio) propongono da quarant’anni le stesse cose (vero). E poi ha detto quella parola, che mica ti aspetti di sentire, così, in prime time, sul secondo canale: Dirigenza. La Dirigenza di questo Paese fa schifo, sottotesto. Ed era una frase da Senato di Roma (nel senso di Antica), in quell’arena dove si comincia coi Velvet Underground e si finisce nel boccascena dell’Ariston dei primi anni ‘90. E poi stamattina ho aperto il solito giornale, e anch’io, vabbè, lo confesso, ho un po’ sputato (nella tazza in cui bevo).
Case di pane, riunioni di rane, vecchie che ballano nelle cadillac
24 Novembre 2009 di mattiacarzanigaStamattina alla radio hanno passato quella canzone. Che affonda in un tempo della memoria che pare lontanissimo, quello della sigla di Lady Oscar (non la prima: non sono così vecchio) o dei Neri per caso a Sanremo, tipo. Poi apri il giornale, e leggi i pezzi (una due cartelle massimo) sulla nuova Direzione del Pd. E ti domandi: se il tempo di quella canzone è così lontano, com’è quello dei nomi che leggo in sequenza? Fassino, Bachelet, Fioroni (al Welfare!), Gentiloni, Morando, Marini (nel senso di Franco). Il coordinatore pare sarà Penati, perché si sa che uno non perde mai veramente, deve solo ripassare dal Via. Ci sarà pure «una segreteria composta per lo più da giovani» (sic), nelle grandi aziende ormai è di moda avere il day nursery. Walter e Massimo ci sono come presenzeassenze, e continueranno a litigare a distanza, un po’ come Diabolik e Ginko (a voi l’assegnazione delle parti; non fatevi condizionare dal fatto che il primo alla nascita si chiamava Walter Dorian). Poi dice «cosa sei disposto a perdere». E tu pensi solo all’altro senso dell’espressione. (Soprattutto se leggi i pezzi preventivi sulle Regionali. E questa non è un’altra storia.)
Sar-cosy
23 Novembre 2009 di mattiacarzaniga
Hard Times
23 Novembre 2009 di mattiacarzanigaIeri mi si è sputtanato l’hard disk. E, a parte le ore passate a cercare il modo più rapido per morire; a parte che pure l’adsl era lento da non credere; a parte che il mio tecnico di fiducia mi ha assicurato (oggi) che forse lo può resuscitare (sono solidale con Marrazzo: il destino mio e suo, chi l’avrebbe detto, dipende dagli stessi problemi di memoria); a parte che mi si è pure fermato l’orologio e in redazione non c’era connessione (stamattina). A parte tutto ciò, mi sono detto che o sono io che fulmino tutto come in quel film tanto bruttino o siamo davvero schiavi delle macchine, soprattutto chi come me le utilizza tantissimo ma pretende da loro solo risposte sicure e nessun momento di crollo, soprattutto la domenica pomeriggio. E che cose tipo «in the information era we will focus on utility over fads» le può dire giusto chi se lo può permettere, e non noialtri che non chiediamo mica tanto, un macbook e una modestissima memoria esterna. Anche perché, causa internet bloccato, stamattina mi son fatto tutta la rassegna stampa. E, tra La Russa che «io ho spulciato un po’ i provvedimenti» e il dito medio di Vasco (le due cose non sono collegate), mi sono detto che no, non lasciatemi neanche un minuto senza macchine, mai più. E poi, devo aggiornare lo status, insomma.


